martedì 26 febbraio 2013
L'UNICO EDITORIALE CHE CI HA AZZECCATO
Timori e incertezze caratterizzano l’attesa per le elezioni politiche ita liane. A preoccupare, anche i mercati e la comunità internazionale, è soprattutto la possibilità che dalle urne possa uscire un Parlamento frammentato, non in grado di esprimere un Governo stabile. Sul risultato delle consultazioni pesa inoltre l’incognita di quanti sono ancora indecisi e di quanti preferiranno astenersi. La sfiducia nella capacità della politica di emendarsi e di mettere mano alle riforme è un elemento che è destinato ad avere un forte peso nella scelta dei cittadini.
Elezioni 2013, da Fassino a Ferrara: insulti e esorcismi di chi aveva capito
http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/02/26
Dopo l'Oscar della Lungimiranza col quale è stato premiato Piero Fassino nel luglio 2009,
Mandante. “Che accadrebbe se un mattino qualcuno, ascoltati gli insulti di Grillo, premesse il grilletto?” (Mauro Mazza, direttore Tg2, 9-9-2007).
Barbaro tiranno. “Fenomeno anarcoide e individualista, anacronistico, antipolitico… Chi inneggia al ‘Vaffanculo’ partecipa consapevolmente a quelle invasioni barbariche… Mi viene la pelle d’oca: dietro al grillismo vedo l’ombra del law & order più ripugnante; ci vedo dietro la dittatura…” (Eugenio Scalfari, Repubblica, 10-9-07).
Bollito. “Il V-Day? Un carnevale plebeo e volgare… sentimenti beceri e forcaioli. L’irresistibile ascesa del comico-politico dura generalmente pochi mesi o anni e si spegne quando il pubblico si stanca di ascoltare sempre le stesse battute o si accorge che nessuna soluzione politica potrà mai venire dal mondo dell’avanspettacolo. Accadrà, suppongo, anche nel caso di Grillo” (Sergio Romano, Corriere, 13-9-07).
Duce. “Grillo mi ricorda Mussolini” (Giampaolo Pansa, l’Espresso, 16-9-07).
Basta non parlarne. “In un paese normale il V-Day sarebbe recensito nelle pagine di spettacolo” (Andrea Romano, Stampa, 10-9-07).
Berlusquadrista. “Berlusconi e Grillo uniti sotto spoglie diverse in un unico disegno… In un impeto suicida la festa dell’Unità ha aperto le porte all’appello squadristico di Grillo” (Mario Pirani, Repubblica, 20-9-07).
Peso piuma. “Grillo e il grillismo non hanno grande peso nella società” (Fausto Bertinotti, 20-9-07).
Mussolini folk. “Allo stato Grillo sembra un fenomeno di folklore che si esaurirà… Un movimento, si badi bene, potenzialmente eversivo… Si può paragonare Grillo a Mussolini? Con molte cautele, sì. Mussolini ha usato il manganello e l’olio di ricino, Grillo la volgarità” (Giuseppe Tamburrano, storico, l’Unità, 21-9-07).
Spregevoli. “Ho il massimo disprezzo per la maggioranza dei grillini… La risposta è: affanculo ci vada lui e quelli che lo sostengono” (Filippo Facci, Omnibus, 24-9-07).
Brutale e avido. “Grillo è un personaggio di brutale avidità” (Ernesto Galli della Loggia, Corriere, 25-9-07)
Il peggio del peggio. “La rete non esiste… La prevalenza della rete, che è quella che frequenta e commenta sul blog di Grillo, è il peggio di questo Paese” (Facci, Porta a Porta, 26-9-07).
Sansepolcrista. “Anche i fasci di combattimento fascisti, nel 1919, si proponevano di mandare a casa tutta la vecchia classe politica democratica e poi fondare nuovi partiti: ne fondarono uno solo e proibirono gli altri” (Scalfari, Tv7, 22-9-07)
Benito. “Benito Grillo” (Tony Damascelli, il Giornale, 26-4-08).
Finito. “Grillo è già in crisi e non riesce a far ridere” (Francesco Merlo, Repubblica, 26-4-2008).
Ostile. “Non è possibile la registrazione di Grillo nell’anagrafe del Pd perché egli si ispira e si riconosce in un movimento politico ostile al Pd” (Commissione di garanzia del Pd a Grillo che chiede di partecipare alle primarie per il nuovo segretario, 15-7-09).
Stercorario. “I Grillo, scarabei sterco-rari” (Facci, il Giornale, 11-11-08).
Demagogo. “No a una cieca sfiducia che dà fiato a qualche demagogo di turno” (Giorgio Napolitano, vigilia delle amministrative, 26-4-12).
Nazista e fasciocomunista. “Grillo mi ricorda i fascisti, anzi i nazisti: ha la violenza verbale di Goebbels. Un fascio-comunista” (Guido Crosetto, Fratelli d’Italia) 27-4-12).
Maiale. “Grillo urla, emette grugniti al posto di pensieri” (Nichi Vendola, 2-5-12)
Non pervenuto. “Il boom di Grillo? L’unico boom che ricordo è quello degli anni 60” (Napolitano, 8-5-12)
Dovrebbe piangere. “Il pagliaccio che ride ma dovrebbe piangere” (Eugenio Scalfari, Repubblica, 3-6-12)
Mentana, attento a te. “Mentana sta esagerando… Le concioni e i vaffa di Grillo vengono ritrasmesse a sazietà… Che un giornalista democratico come lui sia diventato un supporter dell’antipolitica, questo ancora non l’avevamo mai visto… È sulla strada di diventare il pericolo pubblico di tutti i democratici di questo Paese” (Scalfari, l’Espresso, 21-6-12)
Anche se l’ammazzano… “Persino se lo trovassimo steso per terra, penseremmo: guarda cosa deve fare per tirare a campare un povero professionista del ridicolo” (Merlo, Repubblica, 4-9-12)
Fassista. “Fascista del web” (Pier Luigi Bersani, 25-8-12)
Ri-fassista. “D’accordo con Bersani: nel discorso di Grillo si trovano tracce di linguaggio fascista’” (Luigi Manconi, l’Unità, 7-9-12).
In crisi. “Grillo è in difficoltà” (Matteo Orfini, Pd, 26-8-12)
Ignoriamolo. “Abbandoniamo Grillo a se stesso perché la cosa che più dispiace a un comico è quando nessuno gli chiede il bis” (Beppe Fioroni, Pd, 27-8-12) Senzavoti. “Grillo riempie le piazze ma non le urne” (Giuliano Ferrara, Il Foglio, 17-10-12)
Oscuratelo. “Resta da capire perché mai alcune emittenti televisive si siano trasformate in amplificatori di questo populismo eversivo?” (Scalfari, Repubblica, 4-11-12)
Rosicone. “Grillo rosica. Appare improvvisamente come l’attore dopo la pièce, col trucco colato… Adesso è lui che, con malumore, insegue le agende altrui e minimizza gli altrui successi” (Ferrara, il Foglio, 28-11-12).
In calo. “Grillo perde consensi” (Libero, 1-12-12)
Puttaniere impotente. “Fa dichiarazioni da puttaniere, dimostra di avere un pisello piccolo” (Ferrara, Twitter, 16-7-12)
Crolla. “Grillo da profeta a dittatore: adesso è in caduta libera. Un fenomeno appannato” (il Giornale, 14-12-12)
Alla frutta. “La notizia è che Grillo, così come si è autocreato, si autodistruggerà” (Sara Ventroni, l’Unità, 14-12-12) Ridimensionato. “Il Grillo caduto dal piedistallo. Ridimensionato dalle primarie Pd e ridicolizzato dalle sue. In calo nei sondaggi” (Ferrara, Il Foglio, 5-12-12)
Ridicolo. “Grillo? Una risata lo seppellirà” (Il Giornale, 6-12-12)
Senza elettori. “Grillo ha quasi più candidati che elettori” (Maria Giovanna Maglie, Libero, 8-12-12)
Portaborse/1. “Portaborse e No Tav: ecco chi sono i candidati di Grillo” (Libero, 15-2-12)
Flop. “Grillo, chi è causa del suo flop pianga se stesso” (Panorama, 26-12-12)
Caduto. “5 Stelle in caduta libera” (Libero, 19-12-12)
Rottamato. “Grillo a terra, ora si rottama da solo” (Libero, 8-1-13)
Duce/2. “Il Duce Beppe” (Libero, 12-12-12)
Bulgaro. “L’editto bulgaro di Grillo” (Federico Mello, Pubblico, 12-12-12)
Stalin. “M5S: era un movimento, sembra il Pcus di Stalin. Il grillusconismo è veterobolscevico, brutto segnale per tutti” (Luca Telese, Pubblico, 13-12-12)
Kim il Sung. “Trasforma la democrazia dal basso in Corea del Nord” (Ferrara, Il Foglio, 12-12-02)
Chávez. “È l’Hugo Chávez di casa nostra” (Battista, Corriere, 5-11-12)
Filo-Monti. “Sbraita ma aiuta solo Monti” (Magdi Allam, Giornale, 11-2-13).
Filo-Lega. “Grillo e la Lega alleati” (l’Unità, 10-9-12)
Filo-nazi. “Quelle tracce destrorse, dalle nozze gay a Casa Pound” (Toni Jop, l’Unità, 8-2-13)
Filo-fascista. “Il camerata Grillo” (Repubblica, 29-8-12)
Filo-giacobino. “Lavora per un’uscita neogiacobina dalla crisi” (Michele Ciliberto, Unità, 30-8-12)
Filo-Br. “Grillo dalle 5 stelle alle 5 punte” (Libero, 3-1-12). “Grillo avvocato dei terroristi anti tasse” (Il Giornale, 3-1-12)
Comunista. “Grillo sta con i comunisti” (Alessandro Sallusti, Il Giornale, 2-11-12) Ladro. “A Grillo 10 milioni in nero per la festa dell’Unità” (Giovanni Guerisoli, ex Cisl, Radio24, 30-8-2012. Segue smentita)
Razzista. “Grillo anche razzista: schiaffi ai marocchini” (Toni Jop, l’Unità, 4-9-12. In realtà denunciava le botte di alcuni poliziotti a un immigrato)
Matusa. “Per le liste 5 Stelle spazio solo ai vecchi” (Jop, l’Unità, 31-10-12)
Filo-Pci. “Chi vota Grillo si ritrova falce e martello” (Sallusti, il Giornale, 9-2-13)
Filo-Br. “La linea politica è fissata con i comunicati che il famous comedian mette in rete con la numerazione progressiva, come le Br” (Merlo, Repubblica, 12-11-12)
Affamatore. “Luci spente e benzina vietata: ecco cosa accadrà a chi sceglie Grillo” (il Giornale, 10-2-13)
Quattro sfigati. “I suoi veri elettori sono pochi sfigati entusiasti del ‘vaffa’” (Filippo Facci, Libero, 17-5-12)
Buffone in calo. “La parabola del buffon prodigo… Il suo Rasputin Casaleggio, sta già trattando con Vespa… Nella fase negativa, quando in poppa sente calare il vento del consenso, Capitan Gradasso ricorre ai remi” (Merlo, Repubblica, 27-1-13. Naturalmente Grillo non andrà né da Vespa né in altre tv)
Scemo. “Un piccolo Grillo dalla zucca vuota” (Pansa, Libero, 17-6-12)
L’arma segreta/1. “Contro Grillo serve l’Udc” (Bersani, 30-10-12)
Flop. “Successo di Grillo in Sicilia? Cerchiamo di non scrivere cazzate. Un flop è un flop. Punto” (Ferrara, Twitter 29-10-12)
Fasciopataccaro. “Grillo, con tutto il suo populismo, trasversalismo ideologico, ‘casapoundismo’, antisindacalismo e antiparlamentarismo, il culto della persona, le nuotate nello Stretto fiume giallo, con tutto il suo ciarpame di rete e i suoi stracci da pataccaro internauta, i suoi argomenti da bar, la sua ‘cacolalia’… è l’erede di Berlusconi… È il Berlusconi dopo Berlusconi. Come le acciughe in salamoia” (Merlo, Repubblica, 27-1-13)
Antisemita. “I fan di Grillo e l’odio contro Israele” (Battista, Corriere, 26-11-12)
Stragista. “Volevano il morto e Grillo sta con loro” (il Giornale, 15-11-12)
Cattivo padre. “La figlia di Grillo presa con la coca” (Libero, 15-11-12)
Cattivo marito. “Lady Grillo prende casa a Malindi. I lussi della signora anti-Casta imbarazzano il comico” (Libero, 18-11-12)
Omicida. “Omicidio, Bin Laden e Islam: quello che non si dice di Grillo” (Annamaria Bernardini de Pace, ilGiornale, 8-11-12)
Golpista. “No global, violenti; così Grillo prepara il ‘golpe’” (il Giornale, 16-11-12)
Grill Laden. “Grill Laden sgancia missili su Israele” (Libero, 26-6-12)
Impostore. “Grillo non è un comico: è un grosso impostore… Fa la guerra… annuncia il bagno di sangue” (Adriano Sofri, Repubblica, 22-2-13)
Meglio la sinistra. “A Parma non voterei Grillo contro la sinistra” (Maurizio Lupi, Pdl, Corriere, 14-5-12)
Meglio B. “Preferisco che i voti vadano al Pdl piuttosto che disperdersi verso Grillo” (Enrico Letta, Pd, Corriere, 13-7-12)
In Grecia. “Con Grillo andremmo peggio della Grecia e usciamo dalla democrazia” (Bersani, 21-2-2013)
Black bloc. “Grillo porta in Parlamento i black bloc” (Berlusconi, 22-2-13)
Brigatista. “La sinistra eversiva ha scelto: ‘Votate 5 Stelle’. Amici dei brigatisti” (il Giornale, 23-2-13)
Fa paura. “Il Grillo che aizza le piazze è uno squadrista che fa paura” (Giuliano Ferrara, Il Giornale, 24-2-2012)
Ora. “Ora Grillo spaventa i partiti” (Corriere della Sera, 20-2-2013)
Dopo l'Oscar della Lungimiranza col quale è stato premiato Piero Fassino nel luglio 2009,
Mandante. “Che accadrebbe se un mattino qualcuno, ascoltati gli insulti di Grillo, premesse il grilletto?” (Mauro Mazza, direttore Tg2, 9-9-2007).
Barbaro tiranno. “Fenomeno anarcoide e individualista, anacronistico, antipolitico… Chi inneggia al ‘Vaffanculo’ partecipa consapevolmente a quelle invasioni barbariche… Mi viene la pelle d’oca: dietro al grillismo vedo l’ombra del law & order più ripugnante; ci vedo dietro la dittatura…” (Eugenio Scalfari, Repubblica, 10-9-07).
Bollito. “Il V-Day? Un carnevale plebeo e volgare… sentimenti beceri e forcaioli. L’irresistibile ascesa del comico-politico dura generalmente pochi mesi o anni e si spegne quando il pubblico si stanca di ascoltare sempre le stesse battute o si accorge che nessuna soluzione politica potrà mai venire dal mondo dell’avanspettacolo. Accadrà, suppongo, anche nel caso di Grillo” (Sergio Romano, Corriere, 13-9-07).
Duce. “Grillo mi ricorda Mussolini” (Giampaolo Pansa, l’Espresso, 16-9-07).
Basta non parlarne. “In un paese normale il V-Day sarebbe recensito nelle pagine di spettacolo” (Andrea Romano, Stampa, 10-9-07).
Berlusquadrista. “Berlusconi e Grillo uniti sotto spoglie diverse in un unico disegno… In un impeto suicida la festa dell’Unità ha aperto le porte all’appello squadristico di Grillo” (Mario Pirani, Repubblica, 20-9-07).
Peso piuma. “Grillo e il grillismo non hanno grande peso nella società” (Fausto Bertinotti, 20-9-07).
Mussolini folk. “Allo stato Grillo sembra un fenomeno di folklore che si esaurirà… Un movimento, si badi bene, potenzialmente eversivo… Si può paragonare Grillo a Mussolini? Con molte cautele, sì. Mussolini ha usato il manganello e l’olio di ricino, Grillo la volgarità” (Giuseppe Tamburrano, storico, l’Unità, 21-9-07).
Spregevoli. “Ho il massimo disprezzo per la maggioranza dei grillini… La risposta è: affanculo ci vada lui e quelli che lo sostengono” (Filippo Facci, Omnibus, 24-9-07).
Brutale e avido. “Grillo è un personaggio di brutale avidità” (Ernesto Galli della Loggia, Corriere, 25-9-07)
Il peggio del peggio. “La rete non esiste… La prevalenza della rete, che è quella che frequenta e commenta sul blog di Grillo, è il peggio di questo Paese” (Facci, Porta a Porta, 26-9-07).
Sansepolcrista. “Anche i fasci di combattimento fascisti, nel 1919, si proponevano di mandare a casa tutta la vecchia classe politica democratica e poi fondare nuovi partiti: ne fondarono uno solo e proibirono gli altri” (Scalfari, Tv7, 22-9-07)
Benito. “Benito Grillo” (Tony Damascelli, il Giornale, 26-4-08).
Finito. “Grillo è già in crisi e non riesce a far ridere” (Francesco Merlo, Repubblica, 26-4-2008).
Ostile. “Non è possibile la registrazione di Grillo nell’anagrafe del Pd perché egli si ispira e si riconosce in un movimento politico ostile al Pd” (Commissione di garanzia del Pd a Grillo che chiede di partecipare alle primarie per il nuovo segretario, 15-7-09).
Stercorario. “I Grillo, scarabei sterco-rari” (Facci, il Giornale, 11-11-08).
Demagogo. “No a una cieca sfiducia che dà fiato a qualche demagogo di turno” (Giorgio Napolitano, vigilia delle amministrative, 26-4-12).
Nazista e fasciocomunista. “Grillo mi ricorda i fascisti, anzi i nazisti: ha la violenza verbale di Goebbels. Un fascio-comunista” (Guido Crosetto, Fratelli d’Italia) 27-4-12).
Maiale. “Grillo urla, emette grugniti al posto di pensieri” (Nichi Vendola, 2-5-12)
Non pervenuto. “Il boom di Grillo? L’unico boom che ricordo è quello degli anni 60” (Napolitano, 8-5-12)
Dovrebbe piangere. “Il pagliaccio che ride ma dovrebbe piangere” (Eugenio Scalfari, Repubblica, 3-6-12)
Mentana, attento a te. “Mentana sta esagerando… Le concioni e i vaffa di Grillo vengono ritrasmesse a sazietà… Che un giornalista democratico come lui sia diventato un supporter dell’antipolitica, questo ancora non l’avevamo mai visto… È sulla strada di diventare il pericolo pubblico di tutti i democratici di questo Paese” (Scalfari, l’Espresso, 21-6-12)
Anche se l’ammazzano… “Persino se lo trovassimo steso per terra, penseremmo: guarda cosa deve fare per tirare a campare un povero professionista del ridicolo” (Merlo, Repubblica, 4-9-12)
Fassista. “Fascista del web” (Pier Luigi Bersani, 25-8-12)
Ri-fassista. “D’accordo con Bersani: nel discorso di Grillo si trovano tracce di linguaggio fascista’” (Luigi Manconi, l’Unità, 7-9-12).
In crisi. “Grillo è in difficoltà” (Matteo Orfini, Pd, 26-8-12)
Ignoriamolo. “Abbandoniamo Grillo a se stesso perché la cosa che più dispiace a un comico è quando nessuno gli chiede il bis” (Beppe Fioroni, Pd, 27-8-12) Senzavoti. “Grillo riempie le piazze ma non le urne” (Giuliano Ferrara, Il Foglio, 17-10-12)
Oscuratelo. “Resta da capire perché mai alcune emittenti televisive si siano trasformate in amplificatori di questo populismo eversivo?” (Scalfari, Repubblica, 4-11-12)
Rosicone. “Grillo rosica. Appare improvvisamente come l’attore dopo la pièce, col trucco colato… Adesso è lui che, con malumore, insegue le agende altrui e minimizza gli altrui successi” (Ferrara, il Foglio, 28-11-12).
In calo. “Grillo perde consensi” (Libero, 1-12-12)
Puttaniere impotente. “Fa dichiarazioni da puttaniere, dimostra di avere un pisello piccolo” (Ferrara, Twitter, 16-7-12)
Crolla. “Grillo da profeta a dittatore: adesso è in caduta libera. Un fenomeno appannato” (il Giornale, 14-12-12)
Alla frutta. “La notizia è che Grillo, così come si è autocreato, si autodistruggerà” (Sara Ventroni, l’Unità, 14-12-12) Ridimensionato. “Il Grillo caduto dal piedistallo. Ridimensionato dalle primarie Pd e ridicolizzato dalle sue. In calo nei sondaggi” (Ferrara, Il Foglio, 5-12-12)
Ridicolo. “Grillo? Una risata lo seppellirà” (Il Giornale, 6-12-12)
Senza elettori. “Grillo ha quasi più candidati che elettori” (Maria Giovanna Maglie, Libero, 8-12-12)
Portaborse/1. “Portaborse e No Tav: ecco chi sono i candidati di Grillo” (Libero, 15-2-12)
Flop. “Grillo, chi è causa del suo flop pianga se stesso” (Panorama, 26-12-12)
Caduto. “5 Stelle in caduta libera” (Libero, 19-12-12)
Rottamato. “Grillo a terra, ora si rottama da solo” (Libero, 8-1-13)
Duce/2. “Il Duce Beppe” (Libero, 12-12-12)
Bulgaro. “L’editto bulgaro di Grillo” (Federico Mello, Pubblico, 12-12-12)
Stalin. “M5S: era un movimento, sembra il Pcus di Stalin. Il grillusconismo è veterobolscevico, brutto segnale per tutti” (Luca Telese, Pubblico, 13-12-12)
Kim il Sung. “Trasforma la democrazia dal basso in Corea del Nord” (Ferrara, Il Foglio, 12-12-02)
Chávez. “È l’Hugo Chávez di casa nostra” (Battista, Corriere, 5-11-12)
Filo-Monti. “Sbraita ma aiuta solo Monti” (Magdi Allam, Giornale, 11-2-13).
Filo-Lega. “Grillo e la Lega alleati” (l’Unità, 10-9-12)
Filo-nazi. “Quelle tracce destrorse, dalle nozze gay a Casa Pound” (Toni Jop, l’Unità, 8-2-13)
Filo-fascista. “Il camerata Grillo” (Repubblica, 29-8-12)
Filo-giacobino. “Lavora per un’uscita neogiacobina dalla crisi” (Michele Ciliberto, Unità, 30-8-12)
Filo-Br. “Grillo dalle 5 stelle alle 5 punte” (Libero, 3-1-12). “Grillo avvocato dei terroristi anti tasse” (Il Giornale, 3-1-12)
Comunista. “Grillo sta con i comunisti” (Alessandro Sallusti, Il Giornale, 2-11-12) Ladro. “A Grillo 10 milioni in nero per la festa dell’Unità” (Giovanni Guerisoli, ex Cisl, Radio24, 30-8-2012. Segue smentita)
Razzista. “Grillo anche razzista: schiaffi ai marocchini” (Toni Jop, l’Unità, 4-9-12. In realtà denunciava le botte di alcuni poliziotti a un immigrato)
Matusa. “Per le liste 5 Stelle spazio solo ai vecchi” (Jop, l’Unità, 31-10-12)
Filo-Pci. “Chi vota Grillo si ritrova falce e martello” (Sallusti, il Giornale, 9-2-13)
Filo-Br. “La linea politica è fissata con i comunicati che il famous comedian mette in rete con la numerazione progressiva, come le Br” (Merlo, Repubblica, 12-11-12)
Affamatore. “Luci spente e benzina vietata: ecco cosa accadrà a chi sceglie Grillo” (il Giornale, 10-2-13)
Quattro sfigati. “I suoi veri elettori sono pochi sfigati entusiasti del ‘vaffa’” (Filippo Facci, Libero, 17-5-12)
Buffone in calo. “La parabola del buffon prodigo… Il suo Rasputin Casaleggio, sta già trattando con Vespa… Nella fase negativa, quando in poppa sente calare il vento del consenso, Capitan Gradasso ricorre ai remi” (Merlo, Repubblica, 27-1-13. Naturalmente Grillo non andrà né da Vespa né in altre tv)
Scemo. “Un piccolo Grillo dalla zucca vuota” (Pansa, Libero, 17-6-12)
L’arma segreta/1. “Contro Grillo serve l’Udc” (Bersani, 30-10-12)
Flop. “Successo di Grillo in Sicilia? Cerchiamo di non scrivere cazzate. Un flop è un flop. Punto” (Ferrara, Twitter 29-10-12)
Fasciopataccaro. “Grillo, con tutto il suo populismo, trasversalismo ideologico, ‘casapoundismo’, antisindacalismo e antiparlamentarismo, il culto della persona, le nuotate nello Stretto fiume giallo, con tutto il suo ciarpame di rete e i suoi stracci da pataccaro internauta, i suoi argomenti da bar, la sua ‘cacolalia’… è l’erede di Berlusconi… È il Berlusconi dopo Berlusconi. Come le acciughe in salamoia” (Merlo, Repubblica, 27-1-13)
Antisemita. “I fan di Grillo e l’odio contro Israele” (Battista, Corriere, 26-11-12)
Stragista. “Volevano il morto e Grillo sta con loro” (il Giornale, 15-11-12)
Cattivo padre. “La figlia di Grillo presa con la coca” (Libero, 15-11-12)
Cattivo marito. “Lady Grillo prende casa a Malindi. I lussi della signora anti-Casta imbarazzano il comico” (Libero, 18-11-12)
Omicida. “Omicidio, Bin Laden e Islam: quello che non si dice di Grillo” (Annamaria Bernardini de Pace, ilGiornale, 8-11-12)
Golpista. “No global, violenti; così Grillo prepara il ‘golpe’” (il Giornale, 16-11-12)
Grill Laden. “Grill Laden sgancia missili su Israele” (Libero, 26-6-12)
Impostore. “Grillo non è un comico: è un grosso impostore… Fa la guerra… annuncia il bagno di sangue” (Adriano Sofri, Repubblica, 22-2-13)
Meglio la sinistra. “A Parma non voterei Grillo contro la sinistra” (Maurizio Lupi, Pdl, Corriere, 14-5-12)
Meglio B. “Preferisco che i voti vadano al Pdl piuttosto che disperdersi verso Grillo” (Enrico Letta, Pd, Corriere, 13-7-12)
In Grecia. “Con Grillo andremmo peggio della Grecia e usciamo dalla democrazia” (Bersani, 21-2-2013)
Black bloc. “Grillo porta in Parlamento i black bloc” (Berlusconi, 22-2-13)
Brigatista. “La sinistra eversiva ha scelto: ‘Votate 5 Stelle’. Amici dei brigatisti” (il Giornale, 23-2-13)
Fa paura. “Il Grillo che aizza le piazze è uno squadrista che fa paura” (Giuliano Ferrara, Il Giornale, 24-2-2012)
Ora. “Ora Grillo spaventa i partiti” (Corriere della Sera, 20-2-2013)
lunedì 25 febbraio 2013
“La Terra non si governa con l'economia”: l'appello degli accademici italiani
da http://www.tzetze.it/
La crisi economica iniziata nel 2008 sottende molti altri segnali di fragilità connessi con:
- esaurimento delle risorse petrolifere e minerarie di facile estrazione;
- riscaldamento globale, eventi climatici estremi
pressione insostenibile sulle risorse naturali, foreste, suolo coltivabile, pesca oceanica;
- instabilità della produzione alimentare globale;
- aumento popolazione (oggi 7 miliardi, 9 nel 2050);
- perdita di biodiversità - desertificazione;
- distruzione di suolo fertile;
- aumento del livello oceanico e acidificazione delle acque
squilibri nel ciclo dell’azoto e del fosforo;
- accumulo di rifiuti tossici e inquinamento persistente dell’aria, delle acque e dei suoli con conseguenze sanitarie per l’Uomo e altre specie viventi;
- difficoltà approvvigionamento acqua potabile in molte regioni del mondo.
La comunità scientifica internazionale negli ultimi vent’anni ha compiuto enormi progressi nell’analizzare questi elementi.
1. Si ottiene con una semplice ricerca web di articoli scientifici sul tema Global Change.
La crisi economica iniziata nel 2008 sottende molti altri segnali di fragilità connessi con:
- esaurimento delle risorse petrolifere e minerarie di facile estrazione;
- riscaldamento globale, eventi climatici estremi
pressione insostenibile sulle risorse naturali, foreste, suolo coltivabile, pesca oceanica;
- instabilità della produzione alimentare globale;
- aumento popolazione (oggi 7 miliardi, 9 nel 2050);
- perdita di biodiversità - desertificazione;
- distruzione di suolo fertile;
- aumento del livello oceanico e acidificazione delle acque
squilibri nel ciclo dell’azoto e del fosforo;
- accumulo di rifiuti tossici e inquinamento persistente dell’aria, delle acque e dei suoli con conseguenze sanitarie per l’Uomo e altre specie viventi;
- difficoltà approvvigionamento acqua potabile in molte regioni del mondo.
La comunità scientifica internazionale negli ultimi vent’anni ha compiuto enormi progressi nell’analizzare questi elementi.
Milioni [1] di articoli rigorosi, avallati da accademie scientifiche internazionali, una su tutte l’International Council for Science,
nonché numerosi programmi di ricerca nazionali e internazionali,
mostrano la criticità della situazione globale e l’urgente necessità di
un cambio di paradigma.
Il dominio culturale delle
vecchie idee della crescita economica materiale, dell’aumento del
Prodotto Interno Lordo delle Nazioni, della competitività e
dell’accrescimento dei consumi persiste nei programmi dei governi come
unica via d’uscita di questa crisi epocale. Queste strade
sono irrealizzabili a causa dei limiti fisici planetari. Una regola di
natura vuole che ad ogni crescita corrisponda una decrescita. La
crescita economica, con i paradigmi attuali, segna la decrescita della
naturalità del pianeta. I costi economici di queste scelte sono immani e
le risorse finanziarie degli stati sono insufficienti a sostenerli.
L’analisi dei problemi inerenti alla realtà fisica
del mondo viene continuamente rimossa o minimizzata, rendendo vano
l’enorme accumulo di sapere scientifico che potrebbe contribuire alla
soluzione di problemi tuttavia sempre più complessi e irreversibili al
trascorrere del tempo.
Chiediamo pertanto al mondo
dell’informazione di rompere la cortina di indifferenza che impedisce un
approfondito dibattito sulla più grande sfida della storia
dell’Umanità: la sostenibilità ambientale, estremamente marginale nelle politiche nazionali degli ultimi 20 anni e ad oggi assente dalla campagna elettorale in corso.
Non si dia per scontato che il pensiero unico degli economisti ortodossi
sia corretto per definizione. Si apra un confronto rigoroso e
documentato con tutte le discipline che riguardano i fattori
fondamentali che consentono la vita sulla Terra – i flussi di energia e
di materia – e non soltanto i flussi di denaro che rappresentano una
sovrastruttura culturale dell’Umanità ormai completamente disconnessa
dalla realtà fisico-chimica-biologica.
È quest’ultimo
complesso di leggi naturali che governa insindacabilmente il pianeta da
4,5 miliardi di anni: non è disponibile a negoziati e non attende le
lente decisioni umane.1. Si ottiene con una semplice ricerca web di articoli scientifici sul tema Global Change.
mercoledì 20 febbraio 2013
Cosa c’è dietro la scelta di Benedetto XVI? Ior, Curia, Vatileaks…
(di Gianluigi Nuzzi)
La rinuncia di Benedetto XVI è una notizia choc. Ci vorranno settimane, mesi per
capire i motivi di una scelta che rimarrà indelebile nella storia della
Chiesa riflettendosi sui suoi momenti cruciali, a iniziare dal prossimo
conclave. Nell’ultimo anno sono accaduti due fatti impensabili a due
persone unite dallo stesso destino. Il maggiordomo del Papa, Paolo
Gabriele, ha deciso di rendere note le spine della Curia Romana,
consegnandomi decine di documenti che ho pubblicato nel libro “Sua
Santità”. Ha deciso questo «per il bene della Chiesa», considerando la
scelta come unica via «per aiutare il Papa», violando
contraddittoriamente la sua fiducia. Gabriele, cattolico, devotissimo
al pontefice tanto da vederlo come proprio padre, per aiutare la Chiesa
ha compiuto un gesto estremo affinché tutti conoscano quanto accade e
ciò permetta di superare quei problemi che lasciano in stallo la Curia.
Pochi mesi dopo un’altra scelta, anche questa che stupisce il mondo
ancor più, lasciando disorientata non solo la comunità cattolica ma
tutti noi, credenti e non credenti. Un passo indietro «per il bene della
Chiesa». Quando frequentavo Gabriele, per settimane, mesi, ho sempre
percepito la sua inquietudine, il suo senso profondo di smarrimento e
impotenza per vicende della Curia Romana che viveva con dolore come
profonde ingiustizie. «Hai paura, Paolo?» gli ho chiesto un giorno. «Sì –
mi rispose – temo che il Papa non abbia la forza per superare queste
avversità, per cacciare i mercanti dal tempio». Leggevamo insieme le
carte con gli occhi lucidi, Gabriele temeva che questo magma nero
potesse come togliere luce al suo pontefice. Studiando le carte ho
percepito e condiviso questo suo stato d’animo, ritenendo la scelta di
Gabriele figlia del suo amore. Mai avrei pensato che lo arrestassero,
mai avrei pensato che Benedetto XVI facesse un passo indietro.
Però oggi va riconsiderato tutto quanto
accaduto. Cerco di rileggerlo. E un episodio che tenevo nell’anticamera
della memoria assume rilievo. Risale ai primi di giugno, pochi giorni
dopo la visita di Benedetto XVI a Milano, nella città in cui vivo, per
l’incontro mondiale delle Famiglie. Volli parlarne con il sindaco della
città, Giuliano Pisapia, un avvocato ateo di sinistra, un professionista
perbene, il primo cittadino che aveva avuto un colloquio privato con il
pontefice. Incontrai Pisapia il giorno dopo il colloquio con Ratzinger.
Il sindaco era scosso, turbato. Mi disse che aveva letto amore negli
occhi del Papa, ma aggiunse: «Sono colpito da quello sguardo. Benedetto
XVI ha paura». Gli chiesi: di cosa? «Ho avuto un profondo disagio,
Ratzinger mi parlava ma era come impaurito. E poi sai, sul sagrato del
Duomo avevamo
previsto una sedia per lui, una per il cardinale Scola e un’altra per
me. Solo poco prima della cerimonia ci hanno avvisato dal Vaticano che
sarebbe stato presente anche il cardinale segretario di Stato Tarcisio
Bertone e che bisognava aggiungere un’altra poltrona. Il cerimoniale ha
avuto poco tempo per adeguarsi a questo cambiamento». Ho pensato
all’inizio che forse Pisapia, il sindaco, si era emozionato,
suggestionato, ma scartai subito questa ipotesi: è una persona
razionale, pragmatica, che sa bene cos’è la paura avendola conosciuta
per decenni negli occhi dei suoi clienti, nei tribunali, ovunque. È uno
dei più conosciuti avvocati italiani, dopo decenni di tribunali capisci
chi dice la verità, chi mente, chi teme. Ma di cosa ha paura il Papa?
Forse della forza di quegli «individualismi», quelle «divisioni» che
mostrano «una Chiesa deturpata dalle rivalità», come ha affermato il
Santo Padre all’indomani dell’incredibile annuncio di fare un passo
indietro. Ancora, la memoria si affolla di ricordi, frasi, di questi due
protagonisti. Ripercorro gli incontri con Gabriele: «Benedetto XVI non
sempre viene tenuto informato di quanto accade in curia – mi diceva
Gabriele – talvolta critica Bertone ma non ha alcuna intenzione di
cambiare il proprio segretario di Stato. Anche perché questo getterebbe
ombra sul pontificato, e poi dovrebbe trovare un sostituto. Secondo me
non ne ha la forza». «Mandare a casa l’amico Bertone – mi confidava il
cardinale De Paolis – è impensabile, certe figure non possono essere
sostituite». La soluzione del problema ne creerebbe uno maggiore:
«Sarebbe come mettere un sigillo di verità a tutte le accuse che gli
vengono rivolte».
Ecco quindi una prima ipotesi per
spiegare la paura. Una paura rispetto alla gestione di una Curia finita
in stallo: da una parte il cambiamento, le riforme, dall’altra gli
interessi opachi, una visione poco ratzingheriana del potere. La
consapevolezza che fare un passo indietro avrebbe azzerato cariche e
poteri, e che dal nuovo conclave deve uscire una maggioranza solida del
2/3 dei porporati. Una maggioranza che deve aritmeticamente superare i
conflitti. Una paura più profonda, sicuramente in Gabriele, visto che
questo «è uno Stato, piccolo certo, ma dove puoi fare una strage e
uscire impunito», così mi confidò una volta facendo riferimento alla
strage delle guardie svizzere del 1998.
Criteri gestionali - E
oggi? Sulla scrivania del Papa, nell’appartamento pontificio al terzo
piano del palazzo Apostolico, rimangono gli ultimi dossier che dal 28
febbraio Benedetto XVI lascerà al camerlengo, il cardinale Tarcisio
Bertone. Sarà proprio quest’ultimo a seguire l’ordinaria amministrazione
di tutto il Vaticano fino alla conclusione del conclave. Per capire la
scelta di Benedetto XVI bisogna partire quindi proprio da qui, dalla sua
scrivania, dall’ufficio arredato con cura e semplicità. Se quelle
quattro mura potessero parlare, oggi avremmo un quadro più nitido,
preciso di quanto accaduto; parlano però i documenti, le carte che in
questa vicenda complessa e dalle molteplici letture rimangono i pochi
saldi punti di certezza.
Su quella scrivania fino a qualche giorno
fa c’erano le carte della questione della nomina del presidente dello
Ior – carica rimasta per mesi vacante dopo l’estromissione di Ettore
Gotti Tedeschi. Ratzinger ha indicato poche ore dopo l’annuncio delle
dimissioni che non intendeva procrastinare l’attesa. Ha deciso subito
la nomina del banchiere tedesco Ernst von Freyberg. Non poteva lasciare
la decisione al pontefice che avremo tra un mese, dopo aver atteso
tanto? Sulla scrivania c’è un altro fascicolo delicato: la questione
della riforma delle contabilità di alcuni enti benéfici. Questione
costola della più complessa decisione non più rinviabile di trovare due
soluzioni. La prima riguarda la risposta al calo delle offerte, che
riducono i margini di azione. La seconda tocca i diversi criteri
gestionali che si riscontrano nei bilanci dei singoli istituti, enti che
compongono la Chiesa nel mondo. Da tempo si ritiene necessario
omologare le scritture contabili, per evitare non solo usi impropri ma
soprattutto dispersioni di ricchezza. Si teme tuttavia una reazione
dalle realtà territoriali, che potrebbero vivere questa scelta come
un’ingerenza centrale. Il Papa segue quindi le vicende più rilevanti.
Non è dunque vero che è solo un fine teologo. Partecipa per quanto lo
informano e, spesso, si trova di fronte a quegli scontri, quei blocchi
di potere che, entrando in collisione tra loro, rallentano,
anestetizzano l’opera riformatrice portata avanti.
È accaduto con la storia di monsignor
Viganò, il numero due del governatorato, l’ente che segue spese,
appalti, forniture e servizi prestati nel piccolo Stato. Viganò denunciò
casi di corruzione, spese gonfiate, appalti poco chiari, e poi si
ritenne vittima di una congiura ai suoi danni ordita addirittura dal
segretario di Stato Bertone. Viganò scrisse tutto al Papa, lettere
pesantissime che segnalavano vicende oscure. Ci furono dei colloqui
privati tra Viganò e Ratzinger. Colloqui che turbarono il Santo Padre
tanto che, una volta salutato il monsignore, Ratzinger si confortava
nella cappella privata a pregare, rinviando gli impegni in agenda.
Certo non per paura, ma per trovare conforto, indicazioni e guida nella
preghiera.
Prelati compiacenti
- Così lo Ior, la banca nevralgica per gli investimenti e per il lato
più delicato che tocca questa teocrazia, ovvero il rapporto con il
denaro. Eravamo nel 2009 quando proprio Ratzinger e Bertone scelsero
Gotti Tedeschi, con l’incarico di mettere l’istituto al passo con le
norme anti riciclaggio. Sono passati quattro anni e ancora oggi quella
banca è come un grande profondo armadio pieno di scheletri. Ogni tanto
emergono dagli angoli del pianeta vicende che vedono dei conti intestati
a sacerdoti, suore, prestanomi, snodi essenziali di storie di
corruzione, malversazione, truffe e di criminalità finanziaria. Per
questo dei blocchi hanno cercato di porre un argine all’indispensabile
richiesta di trasparenza che veniva dagli organi di controllo
internazionali chiamati a valutare la bontà della banca. Perché non si
svuotano invece i cassetti, rispondendo alle richieste di assistenza
giudiziaria dei magistrati impegnati in inchieste che toccano la banca?
E soprattutto quanti, quali sono i conti scomodi di civili che hanno
trovato sacerdoti compiacenti per far custodire nel caveau della banca
del Papa i loro denari imbarazzanti?
Sono due questioni – Ior e Viganò- che
hanno pesato nella Curia Romana, e che sono arrivate sino alla scrivania
del Papa. Non è un caso che una delle ultime riunioni prima
dell’annuncio delle dimissioni avesse avuto al centro questioni
economiche e finanziarie. Fino ai colloqui con esperti di queste
vicende, come il cardinale Attilio Nicora – uno dei riformatori, ha
portato avanti anche in solitudine la battaglia per la trasparenza – e
Jean-Louis Tauran. Vicende che hanno contribuito – a mio avviso – alla
sua umile scelta di fare un passo indietro.
Ci sono stati poi altri elementi che
hanno determinato un’accelerazione: la fatica fisica, certo, magari
persino una malattia data per certa da diverse fonti, e la conclusione
dei cardinali della commissione sulla vicenda dei documenti riportati
nel mio libro. Sui primi due non mi dilungo perché se n’è ampiamente
scritto sui giornali nel mondo. Sulla relazione invece, in mano solo al
Papa e ai cardinali che l’hanno scritta, può essere utile una
riflessione. Quella relazione descrive un mondo diverso nella Curia
romana dai colori pastello che leggiamo. E che necessita di un
intervento forte, di riforma. Ma «il Santo Padre è stanco di quanto vede
– mi confidava Paolo Gabriele, l’ex maggiordomo del Papa già oltre un
anno fa – ma non ha la forza di portare avanti certi cambiamenti. Deve
essere così, perché altrimenti resta incomprensibile come mai non
reagisce di fronte a quanto accade».
Per amore della Chiesa
- Per una singolare coincidenza proprio in questi giorni Gabriele ha
ripreso a lavorare, dopo la detenzione per avermi passato fotocopie di
documenti e un periodo con la sua famiglia. Non più nell’appartamento
pontificio, ovviamente, ma all’ospedale Bambin Gesù di Roma, di
proprietà del Vaticano. Non ho più sentito Paolo da quando è iniziata
questa vicenda. Mi dicono però che dipinge molto, recuperando
l’esperienza del liceo artistico. Nature morte, arte figurativa. A volte
ho avuto la tentazione di telefonargli, di incontrarlo. Ma non è il
momento. Tutto quanto è accaduto nell’ultimo anno vuole ancora tempo per
essere compreso in ogni sua luce e ombra. È ancora aperta su Gabriele
l’inchiesta vaticana, non voglio metterlo in imbarazzo. Mi è
dispiaciuto solo che non si sia mai raccontato bene chi fosse Paolo
Gabriele, uomo semplice ma genuino. Ha un fratello più grande, una
sorella più piccola. Un passato come tanti: da adolescente aveva un
rapporto un po’ tempestoso con il padre, dirigente nella pubblica
amministrazione. Portava i capelli lunghi e il padre non voleva, tanto
che qualche volta Paolo se ne andava da casa. Chiedeva ospitalità a casa
di amici, come il figlio di un importante regista. Al liceo ha
conosciuto la moglie Manuela. Si amano da sempre, un matrimonio che
prosegue da 18 anni, felice. Poi la prima occasione di lavorare nel
grande mondo, la famiglia della Chiesa. È la chiesa dei polacchi a Roma
vicino al Tevere, tanto cara a Wojtyla, dove va ad aiutare il parroco.
Le leggende dicono che nello stesso periodo Gabriele puliva i bagni in
Vaticano. Un giorno un alto prelato li trovò tanto puliti da voler
conoscere chi li teneva così in ordine. Fu il passo che lo portò oltre
le mura, nel cuore del Vaticano. A metà degli anni ’90, quando andò in
pensione un membro della famiglia pontificia, Gabriele dopo la
valutazione – un colloquio con l’attuale cardinale di Cracovia Stanislaw
Dziwisz – vi entrò a far parte. Ho letto di tutto su di lui: faceva
comodo farlo passare per un ladruncolo, come se la gente possa credere
che si affida la cura del Santo Padre al primo che capita. In realtà
Paoletto era amato da tutti. Wojtyla gli era affezionato, lo chiamava
Paulus e gli voleva bene, al punto che gli diceva che era stato il cuore
misericordioso di Maria Faustina Kowalska a mandarlo lì, la santa
polacca canonizzata proprio da Giovanni Paolo II nel 2000. Gabriele era
un servitore devoto di Wojtyla, amico del maggiordomo che lo precedette
nell’incarico che coprì poi con Ratziger. Negli ultimi anni in tanti si
rivolgevano a lui per segnalare un disservizio, un problema, qualcosa
che non funzionava. Chiunque ha camminato con lui in Vaticano mi ripete
che spesso qualcuno lo fermava per svelargli storie, retroscena, nella
speranza che li condividesse poi con Benedetto XVI. Gabriele non era un
maggiordomo che apriva la porta e reggeva l’ombrello. Aveva una sua
scrivania elegante, uno scrittoio dove evadeva anche qualche piccola
pratica di corrispondenza o di consegna di somme allo Ior secondo le
indicazioni di monsignor Georg, il fedele indispensabile segretario di
Ratzinger. Diversi anni fa, quando lui confessò che non era molto bravo a
usare il computer e che temeva di non essere all’altezza, il Papa gli
disse: «Noi ti scegliamo non per quello che sai fare, ma per quello che
sei».
Essere vicini al Santo Padre deve dar
luce. E ogni volta che ho incontrato Paolo, ho percepito la luce nei
suoi occhi. Mille volte i giornalisti mi hanno chiesto perché mi ha
consegnato alcuni dei documenti che ho pubblicato poi nel mio saggio. Ho
sempre risposto con l’unica parola che ritengo giusta: per amore della
Chiesa e del Santo Padre, sollevando superficiale stupore. Ma come, chi
ama il Papa fotocopia i documenti e li porta a un giornalista, violando
la sua fiducia? Pare impossibile. Ma sono giorni, settimane, mesi che
spesso accadono fatti imprevedibili nella Chiesa, fatti di difficile
interpretazione. E che rimarranno scolpiti per sempre. Anche oggi
Ratzinger per il bene della Chiesa fa con umiltà un passo indietro,
provocando immenso stupore. E ieri pareva e pare impossibile che
Gabriele fotocopiasse documenti dal 2006 senza che per anni nessuno se
ne fosse mai accorto. E quando uscì il libro venni attaccato per aver
fatto il mio mestiere.
Voci di trame e complotti
- Oggi la scelta viene riletta, il libro riesaminato cercando le
dirompenti verità che possono aver spinto Benedetto XVI a una scelta
inattesa. Ieri pur di non leggere quei documenti si è dato spazio a una
campagna mediatica per trovare le fonti di Nuzzi, come se fosse più
importante non esaminare le cose che non vanno, ma scoprire chi si
permette di farle conoscere. Oggi si ritiene che quelle carte possano
essere chiavi per capire cosa accade. Dentro e fuori le mura che
proteggono il piccolo e potente Stato nel cuore di Roma. Per capire
questo un giorno feci a Gabriele una intervista coperta per il mio
programma su La7. C’eravamo visti per un saluto, tra due persone che
stanno facendo una scelta senza ritorno. Mangiavamo una pizza nella
cucina della mia casa romana, non lo avvisai in anticipo per non
preoccuparlo e gli dissi all’ultimo minuto che in soggiorno c’era una
mia troupe. «Paolo, dobbiamo spiegare quello che succede». Lui accettò
per motivare un gesto. Era emozionato. Io quanto lui. Credevo che le sue
risposte avrebbero fatto capire che di fronte al peso delle denunce,
delle storie, dei documenti, si imponeva il desiderio primario di far
conoscere tutto, perché solo l’emersione dei fatti aiuta nella
trasparenza. Era accaduto già nel 2009 quando con il mio libro “Vaticano
SpA”, con la storia della più grande tangente mai scoperta in Italia,
pulita nella banca del Papa, venne mandato a casa dopo vent’anni
l’allora presidente dello Ior Angelo Caloia. E proprio quel libro
convinse Gabriele a contattarmi. Mi sbagliavo. L’intervista mandata in
onda con il volto coperto e la voce modificata alimentò ancora la caccia
alle mie fonti informative. Se si fosse saputo che era nata quasi per
caso, che non c’era dietro alcuna cospirazione, forse la storia sarebbe
andata diversamente. Forse. Come quando mesi dopo cacciarono il
presidente dello Ior Gotti Tedeschi. Se in Vaticano non avessero sparso
la voce velenosa dell’ennesimo complotto e trama contro la Chiesa e il
Papa, ovvero che quel banchiere vicino all’Opus Dei voleva far
commissariare lo Ior dalla banca centrale italiana, la storia sarebbe
andata diversamente. Ma ormai siamo a poche settimane dal conclave,
l’unica speranza che resta per ritrovare chiarezza è che la scelta dei
cardinali abbia la stessa forza, lo stesso coraggio di quella fatta da
Benedetto XVI. Che ora vuole «rimanere nascosto al mondo». Per il bene
della Chiesa. Senza più paura.
Il colpo di stato di Mario Monti
Paolo Becchi
Il governo Monti è destinato a «passare alla storia» più di quanto non lo sia il decennio berlusconiano appena trascorso. Ciò che, infatti, è avvenuto con il conferimento dell’incarico ad un tecnico di Bruxelles non è stato che un "coup d’état" deciso da «poteri forti» in parte estranei al nostro Paese e guidato dal presidente della Repubblica.
Certo non un colpo «alla sudamericana», un golpe, con tanto di ingresso di fucili e militari nell’emiciclo del Parlamento. «Colpo di Stato», del resto, non indica di per sé un rivolgimento violento, quanto un’«esecuzione che precede la sentenza», come lo definì il libertino Naudé, che coniò l’espressione a metà del Seicento.
Cosa significa? E cosa è accaduto in Italia, in questi mesi? Semplicemente quello che tutti (o quasi) si ostinano a negare. È accaduto che, con una manovra di palazzo, è stata realizzata la transizione costituzionale dalla Seconda alla Terza repubblica, da un sistema politico bipolare ad un ridimensionamento del potere dell’Assemblea a favore del presidente della Repubblica, dal parlamentarismo ad un presidenzialismo ancora da definire nei suoi contorni istituzionali, ma di fatto già all’opera con questo «governo del presidente». Non vi è infatti alcun dubbio sul fatto che il capo dello Stato da «custode della Costituzione» si è trasformato in guida politica dello Stato.
Si doveva, ovviamente, iniziare con l’eliminazione di Berlusconi, il quale - a dispetto delle apparenze - è stato in Italia colui che ha compiuto, e parimenti portato alla sua dissoluzione, il potere parlamentare: mai il nostro Parlamento era stato più potente e, nel contempo, più bloccato. Il rovesciamento di questo potere è cominciato con un tentativo di erosione dall’interno: Gianfranco Fini. Si è poi tentato con l’assalto alla vita privata del capo del Governo, ma anche questo si è rilevato insufficiente. Berlusconi è stato, infine, sconfitto, per una sorta di quelle ironie della storia che sono tutt’altro che infrequenti, sul reale campo dal quale dipendeva: gli affari. Si è puntato alla rovina del fondamento economico del suo potere, attaccando le sue aziende e l’intera economia del Paese con lo spread aumentato ad arte (lo spread è iniziato a salire dai primi giorni di luglio, 244. È poi ridisceso, senza mai tornare ai valori di luglio, ad agosto, 298. Poi non si è più fermato. Punto massimo, la seconda settimana di novembre, 553).
Berlusconi non ha reagito. Giulio Cesare lo avrebbe fatto se, come racconta Svetonio, ai giovani indebitati consigliava: «Per il vostro caso il rimedio è la guerra civile». Ma, se in Cesare - come scrive ancora Svetonio - «c’erano molti Marii» (multos Marios inesse), in Berlusconi ce n’era solo uno, di Mario: Monti.
Monti sapeva benissimo che la sua entrata in campo poteva avere successo solo se lo spread continuava a salire: e infatti lo spread è salito. Ed il «colpo di Stato» è riuscito. Il potere parlamentare è stato portato al punto in cui si è rovesciato in modo indolore, con il suo stesso consenso. Si è così perfezionato il potere esecutivo, il quale è sorto in modo parassitario e antidemocratico come parassitario è, del resto, la base su cui poggia: l’aristocrazia finanziaria, la quale - a differenza della borghesia industriale - nelle sue forme di guadagno e nei suoi piaceri non è che «la riproduzione del sottoproletariato alla sommità della società borghese», come aveva genialmente intuito Carlo Marx.
Strane corrispondenze della storia, quando Marx descrive i poteri della Francia di Luigi Filippo, in cui «l’indebitamento dello Stato era l’interesse diretto della frazione della borghesia che governava e legiferava per mezzo delle Camere. Il disavanzo dello Stato era infatti il vero e proprio oggetto della sua speculazione. Dopo quattro o cinque anni un nuovo prestito offriva all’aristocrazia finanziaria una nuova occasione di truffare lo Stato che, mantenuto artificiosamente sull’orlo della bancarotta, era costretto a contrattare coi banchieri alle condizioni più sfavorevoli”.
Certo, dobbiamo sostituire la parola «borghesia» (in Italia, del resto, c’è mai stata una borghesia?). Ma per il resto, dunque, niente di nuovo o quasi sotto il sole. Finora banchieri e finanzieri (Monti & Company) si erano limitati a governare indirettamente, nascondendosi dietro la maschera della rappresentanza dei politici, oggi hanno preso il posto ufficiale di questi ultimi: sono loro non più a ispirare, ma a governare.
Bisognava però almeno salvare le apparenze. Con un atteggiamento tipico di tutti i «catilinari», la preoccupazione maggiore di Monti è stata quella di conquistare il potere con mezzi legali. In un’opera di Brecht, anche il capo di una banda di gangster comanda ai suoi seguaci: «Il lavoro dev’esse legale». A ben vedere, è tutto già spiegato nel pamphlet avanguardistico del 1931 di Curzio Malaparte, “Tecnica del Colpo di Stato”. Con la repentina nomina a senatore a vita (Paolo Emilio Taviani, nella Prima Repubblica, ci impiegò un anno e mezzo, il tecnico un paio di ore) Monti ha potuto, oltre che garantirsi l’immunità a vita, legittimarsi quale espressione, in qualche modo, della stessa Assemblea. Ed è così che il Parlamento diventa complice necessario del colpo di Stato: accetta il fatto compiuto, e lo legalizza formalmente. Come nella strategia bonapartista - cito ancora Malaparte - l’«obiettivo tattico» resta la conquista dello Stato attraverso il Parlamento, ossia attraverso la legalità (la farsa, a questo punto, del voto di fiducia, bulgaro, tipico dei regimi totalitari). Deve cadere un’ultima illusione: quella del presunto «stato di necessità» che avrebbe reso indispensabile questo colpo di Stato, come se si trattasse di una misura per la salus rei publicae (ndr: la salute della cosa pubblica). Come spiegava Malaparte, le circostanze favorevoli al colpo di Stato moderno non sono necessariamente di natura politica o sociale: nell’epoca della tecnica, il colpo di Stato è un problema eminentemente tecnico.
Nel nostro caso, «tecnico» non significa di «tattica insurrezionale », ma che la riuscita di un colpo di Stato dipende dal coordinamento tecnico di decisioni prese al livello di quei poteri forti invisibili, impalpabili, ma onnipresenti, che ormai intervengono nella vita dei popoli quando e come vogliono. Nel momento in cui il potere politico si livella su quello finanziario, il colpo di Stato diventa sempre possibile, e a tal punto facile da realizzarsi che quasi nessuno se n’è reso conto
martedì 19 febbraio 2013
Loretta Napoleoni
Chi ci governa e secondo quali regole? La nostra crisi
di rappresentanza è in realtà una diretta conseguenza della crisi
economica.
L’economista più battagliera d’Europa spiega come la democrazia è diventata un lusso.
Tutti sanno che il fior fiore degli economisti e dei politici del pianeta, per tacere degli euro-burocrati, da tre anni annaspano in questo marasma senza trovare una soluzione… Ebbene, è proprio questo il problema.
Tutte queste persone hanno contribuito al caos economico e finanziario attuale e quindi non possono pensare fuori della scatola che hanno costruito.
E' quindi stato più facile del previsto rimboccarsi le maniche e buttarsi anima e corpo a studiare ogni aspetto di questa crisi.
Se per mesi e mesi abbiamo lavorato insieme, per cercare di capire e far capire, allora chiunque può farlo.
In fondo lo spirito di chi scrisse la nostra Costituzione all’indomani della tragedia del fascismo e della guerra mondiale era simile al nostro: l’impegno civile, la militanza civile.
L’economista più battagliera d’Europa spiega come la democrazia è diventata un lusso.
Tutti sanno che il fior fiore degli economisti e dei politici del pianeta, per tacere degli euro-burocrati, da tre anni annaspano in questo marasma senza trovare una soluzione… Ebbene, è proprio questo il problema.
Tutte queste persone hanno contribuito al caos economico e finanziario attuale e quindi non possono pensare fuori della scatola che hanno costruito.
Il Fondo Monetario non può ammettere di aver perseguito una politica
ambigua, usando due pesi e due misure per i Paesi occidentali e per
tutti gli altri; la Banca centrale europea non può dichiarare che la
proibizione di essere il prestatore di ultima istanza imposta dallo
statuto le impedisce di agire con politiche anti recessive; i politici
delle varie nazioni e gli euroburocrati non ammetteranno mai che l’euro
ha inflazionato tutte le economie, meno quella tedesca, e ha aumentato
la competitività di alcune economie a discapito di altre.
La Mission
Impossible è la loro, il tentativo di aggiustare un
meccanismo senza ammettere che funziona male, e probabilmente ha gravi
difetti di fabbricazione.E' quindi stato più facile del previsto rimboccarsi le maniche e buttarsi anima e corpo a studiare ogni aspetto di questa crisi.
È un’iniziativa positiva e propositiva. Anche se prima di arrivare ai
capitoli finali, in cui si discutono le politiche alternative, abbiamo
dovuto ripercorrere un tragitto di tre decadi che per l’Italia è stato
disastroso, almeno alla fine abbiamo potuto vedere, e un po’ disegnare,
una luce di speranza.
Accusare chi ha gestito così male la cosa
pubblica, a livello nazionale e internazionale, non basta. Questa triste
parabola va usata come trampolino di lancio per un futuro migliore.
Adesso che il lavoro iniziale è fatto vorremmo che la discussione si
allargasse a tutti i lettori e ai cittadini, che questa iniziativa
diventasse un piccolo tassello di un movimento rigenerativo più ampio
per salvare il nostro Paese. Se per mesi e mesi abbiamo lavorato insieme, per cercare di capire e far capire, allora chiunque può farlo.
In fondo lo spirito di chi scrisse la nostra Costituzione all’indomani della tragedia del fascismo e della guerra mondiale era simile al nostro: l’impegno civile, la militanza civile.
Ci siamo
dimenticati che i padri fondatori di questa democrazia non avevano la
scorta né le auto blu ma venivano picchiati e
incarcerati dai fascisti; nessuno di loro aveva un programma radiofonico nè veniva pagato cifre da capogiro per far parlare gli amici della
casta.
I padri fondatori erano cittadini che
sognavano un Paese civile dove poter far crescere i figli.
Il divismo alla Berlusconi ha talmente tanto
contagiato l’Italia che la gente ormai pensa che solo “chi conta” può
fare qualcosa.
E invece è vero il contrario: se De
Gasperi o Gramsci avessero pensato quello che molti italiani oggi
pensano, quel periodo buio non sarebbe mai finito.
Abbiamo la
possibilità di cancellare questi anni altrettanto bui.
Non abbiamo avuto una guerra, ma questa crisi ne ha avuto in molti modi
gli stessi effetti, ha fatto tante vittime, ha distrutto certezze e
sistemi produttivi.
Ora comincia la ricostruzione, che dipenderà dalla nostra capacità di immaginare, di creare un futuro migliore.
Oscuriamo il televisore, non ascoltiamo il richiamo dei tirapiedi della
casta ma apriamo la porta al nostro vicino e sediamoci con lui per
scambiarci opinioni e idee. Riscopriamo la nostra dimensione civile.
Abbiamo, con la rete, un mezzo nuovo e straordinariamente efficace per farlo.
La crisi, la dittatura, la violenza possono essere fermate, riappropriandoci della nostra intelligenza collettiva.
Non siamo soli, siamo in tanti e allora uniamoci!
Un
forte legame tra crisi economiche e l’avvento di dittature percorre la
storia d’Europa. Quando le cose vanno male, sembra, non possiamo
permetterci la democrazia: occorrono soluzioni rapide, prese da pochi
per il bene di tutti.
Ma sono le soluzioni giuste? E il bene è davvero quello di tutti?In questo nuovo pamphlet, Loretta Napoleoni indaga il legame tra l’aggravarsi della crisi e l’indebolirsi della sovranità nazionale e parlamentare.
Discute le responsabilità dell’euro, dei burocrati di Bruxelles e di un’unificazione fatta troppo in fretta.
Punta il dito contro una generazione di politici, quella dei baby boomers, che per decenni ha servito i propri interessi, privando di fatto della rappresentanza ampi strati della popolazione, primi fra tutti i giovani.
E indica un modo per salvare quel che resta della nostra democrazia.
Le crisi appartengono al passato. E’ quello che tutti pensano, solo dopo che la tempesta è passata si riesce ad analizzarne le cause con la freddezza scientifica necessaria. Oggi sappiamo quasi tutto sul ’29, sull’iperinflazione tedesca, sulla Grande depressione e siamo sicuri che questa conoscenza sia il prodotto di
lunghe analisi svolte ex-post.
Ebbene non è vero, tutte le grandi crisi economiche potevano essere
evitate perchè i sintomi erano ben chiari, c’è sempre stato chi le ha
previste ed anche chi ci ha guadagnato.
Altro mito condiviso globalmente è che le vittime delle crisi siano sempre i poveri e la classe media, i ricchi se la cavano sempre.
In parte ciò è vero perchè costoro hanno più accesso ad informazioni importanti, ma e’ anche vero che tutte le grandi crisi distruggono e creano ricchezza, la redistribuiscono e producono nuovi ricchi.
Dunque, queste tragedie sono grandi opportunità.
Ma per poterlo fare bisogna capire cosa sta succedendo ed i poveri e la
classe media sono sempre all’oscuro di tutto, isolati dal mondo
attraverso la propaganda mediatica e politica, drogati dai messaggi
rassicuranti dei governi.
Perchè siamo sempre più poveri, perchè i nostri figli sono disoccupati, perchè ci vengono chiesti nuovi sacrifici?
E sulla base di queste informazioni, la speranza è che questa volta saranno i cittadini a decidere cosa fare, che direzione prendere, quale politica sostenere invece di farsi guidare da politici ciechi.
L’obiettivo è dunque diffondere la conoscenza e metterla nelle mani del lettore che poi altro non è che il principio democratico principe: esercitare la sovranità popolare.
In fondo il nostro paese non l’ha mai davvero fatto, dopo i decenni della Guerra fredda e gli anni di piombo è arrivata l’era della corruzione dalla quale ancora non ci siamo liberati.
Meritiamo un futuro migliore ma per conquistarlo dobbiamo cambiare il nostro presente, avere il coraggio di guardarci nello specchio e smettere di sognare. Eravamo più ricchi negli anni Settanta, è vero anche se tutti hanno in tasca uno smartphone e sono saliti spesso su un volo low-cost.
La ricchezza si misura anche con il metro del debito ed oggi stato, enti pubblici, aziende e famiglie sono tutti molto più indebitati che in passato.
Il risparmio accumulato durante gli anni del miracolo economico si sta prosciugando al punto che oggi è al disotto della media europea.
Si’ meritiamo un futuro migliore ed è con questa certezza che abbiamo deciso di unire i nostri sforzi per capire cosa sta succedendo e condividere con gli altri le nostre scoperte.
Tutte le balle di Boldrin
di Alberto Bagnai, autore di Goofynomics
In un simpatico post del suo blog Paolo Manasse porta avanti un’argomentazione estremamente plausibile: quando si ha un problema, bisogna rivolgersi a uno specialista. Auguriamo al prof. Manasse di non aver mai un problema, perché leggendo il suo post si capisce quanto sia poco in grado di scegliere uno specialista.
“Economista”, in realtà, non significa nulla, puoi anche essere un clarinettista con 10 dischi di platino al tuo attivo, ma se ti chiamano a suonare un preludio di Chopin per pianoforte sicuramente ti mancherà qualche nota. E se hai un cancro non vai da un ortopedico, a meno che tu non sia Manasse.
Vogliamo guardare i dati, così, per fare una cosa originale? La Fig. 1 riporta il tasso di cambio lira/ECU dal 1990 al 1998.

Perché uso questo cambio? Vi ricordo che l’ECU, European Currency Unit, era una unità di conto costruita considerando una media delle valute aderenti allo SME. L’ECU serviva da punto di riferimento per i cambi dello SME e fu il precursore diretto dell’euro: il cambio di 1936.27 al quale entrammo nell’euro nel gennaio 1999 era appunto quello che ci legava all’Ecu nel dicembre 1998 (ma tutto questo Boldrin non lo sa, come ho documentato qui). Quindi, se parliamo di svalutazione della lira nel contesto dello SME, il cambio lira/ECU è la scelta più naturale.
Intanto, dai dati si vede che la fluttuazione della lira andò avanti dal settembre 1992 al novembre 1996, come ci ricorda l’ottima cronologia della Banca dei Regolamenti Internazionali.
In un simpatico post del suo blog Paolo Manasse porta avanti un’argomentazione estremamente plausibile: quando si ha un problema, bisogna rivolgersi a uno specialista. Auguriamo al prof. Manasse di non aver mai un problema, perché leggendo il suo post si capisce quanto sia poco in grado di scegliere uno specialista.
Sì, perché la lezioncina dello stimato collega
quale scopo ha? Quello di dimostrare che nel dibattito che si è svolto
recentemente fra Loretta Napoleoni e Michele Boldrin, il telespettatore ignaro deve dar ragione a Boldrin, poiché questo ce l’ha più lungo (il curriculum), e quindi è più esperto.
Il simpatico Manasse, commette però
uno scivolone logico. Uno specialista, per
definizione, è una persona dotata di competenze specifiche in un
settore. Lo specialista non è quello che possiede “molta”
competenza, ma quello che possiede la “specifica”
competenza utile al caso.
Immaginiamo il prof. Manasse il giorno in cui dovesse trovarsi nella spiacevole situazione che descrive nel suo post,
quella di avere un tumore. “Presto, portatemi da uno specialista!” “Be’,
ci sarebbe proprio qui, nel palazzo, lo studio di un internista...”
“No, portatemi dall’ortopedico del terzo piano, ha molte più
pubblicazioni, ed è primario di un reparto importante...” “Ma lui è
esperto di rotule, tu hai un problema al fegato!” “No, no, fate come
dico io, l’esperto di rotule si è sottoposto al severo vaglio della
comunità scientifica internazionale”.
Requiem aeternam...“Economista”, in realtà, non significa nulla, puoi anche essere un clarinettista con 10 dischi di platino al tuo attivo, ma se ti chiamano a suonare un preludio di Chopin per pianoforte sicuramente ti mancherà qualche nota. E se hai un cancro non vai da un ortopedico, a meno che tu non sia Manasse.
Ora, io non so Loretta Napoleoni di cosa si occupi. Sicuramente Boldrin non si occupa di economia internazionale:
lo dimostra la sua copiosa produzione scientifica (tutta in altri campi
dell’economia), e lo dimostrano soprattutto le perle che profonde nei dibattiti televisivi. Quindi il povero Manasse incassa,
con la sua deludente caduta di stile, un autogol di proporzioni
cosmiche. E a noi piace ricordarlo così, muto di fronte a Claudio Borghi Aquilini...
Non vorrei sottrarvi troppo tempo, ma due o tre dettagli vorrei
farveli notare, ricordandovi le bellissime parole del padrone di casa:
“chi non ha tempo, non ha neppure speranza”. Ecco, prendetevi un po’ di
tempo. Comincerei dalla fine.
Al minuto 10:50 del video si scatena una amena gazzarra su quanto
abbiamo svalutato nel 1992 e su cosa sia effettivamente successo: è
stato il 12%? È stato il 40%? E veramente non è successo nulla, come
entrambi i contendenti affermano? O è successo qualcosa?
Guardate che il punto non è di dettaglio. Questo fatto storico,
cioè l’uscita dell’Italia dal Sistema Monetario Europeo (SME) di cambi
fissi nel 1992, viene regolarmente travisato dai media, con intenti
terroristici. Volete un esempio? Sentitevi quest’altro espertone di economia internazionale,
l’on. Tabacci, secondo il quale uscire oggi significherebbe dare “in
una notte” una stangata del 50% alla nuova lira, “tosando le pecore”,
perché il giorno dopo per andare a fare la spesa ci vorrebbe “la sporta
doppia di monete” (argomento tipico dei nostri politici da avanspettacolo).
Un po’ quello che dice Boldrin, il quale, con la coerenza alla quale ci
ha abituati nei suoi interventi, prima ci dice al minuto 9:20 svalutare
“sarebbe una tragedia per i lavoratori italiani” (si vede quanto gli
stanno a cuore!), poi ci dice che l’ultima volta che lo abbiamo fatto
non successe nulla. Tutto e il contrario di tutto in un minuto e mezzo.
Vi dico subito quali sono i due errori marchiani dei nostri due
espertoni. Il primo è quello di voler veicolare il messaggio che la
svalutazione sarebbe istantanea: 12%, 50%, 10000% (chi offre di più?) in
una sola notte! Il secondo è quello di confondere sistematicamente la
perdita di valore sui mercati finanziari internazionali (la
svalutazione) con la perdita di valore sui mercati reali interni
(l’inflazione). Ora, se occorrono più euro (o più lire) per acquistare
un dollaro, non è detto che per questo occorrano più euro (o più lire)
per acquistare un giornale o un filone di pane.Vogliamo guardare i dati, così, per fare una cosa originale? La Fig. 1 riporta il tasso di cambio lira/ECU dal 1990 al 1998.

Perché uso questo cambio? Vi ricordo che l’ECU, European Currency Unit, era una unità di conto costruita considerando una media delle valute aderenti allo SME. L’ECU serviva da punto di riferimento per i cambi dello SME e fu il precursore diretto dell’euro: il cambio di 1936.27 al quale entrammo nell’euro nel gennaio 1999 era appunto quello che ci legava all’Ecu nel dicembre 1998 (ma tutto questo Boldrin non lo sa, come ho documentato qui). Quindi, se parliamo di svalutazione della lira nel contesto dello SME, il cambio lira/ECU è la scelta più naturale.
Intanto, dai dati si vede che la fluttuazione della lira andò avanti dal settembre 1992 al novembre 1996, come ci ricorda l’ottima cronologia della Banca dei Regolamenti Internazionali.
Nell’agosto del 1992 ci volevano 1545 lire per un Ecu (vi risparmio i
decimali) e dopo lo sganciamento, nell’ottobre, ce ne volevano 1731,
cioè circa il 12% in più. Quindi il prof. Boldrin riesce in un pezzo di incredibile virtuosismo: mentire, dicendo la verità!
Perché è sì vero che nell’immediato la svalutazione fu del 12%, ma è pure vero che non fu un blip,
come dice lui per fare l’amerikano, cioè un fenomeno transitorio. Al
contrario, proseguì fino all’aprile del 1995, quando, per un Ecu, ci
volevano 2295 lire, cioè il 48% in più che nell’agosto del 1992. Nel giro di meno di tre anni svalutammo quasi il 50% rispetto
all’Ecu (la cifra evocata dall’ineffabile Tabacci), e, se volete
saperlo, del 55% rispetto al dollaro.
Chissà che iperinflazione, chissà che perdita di potere d’acquisto,
chissà che “tosata” per i lavoratori, per dirla con Tabacci! Sicuramente
il loro potere d’acquisto sarà calato del 50%, cioè i prezzi dei beni
sui mercati interni saranno aumentati (a spanna) del 50%, visto che, con
il dollaro più costoso del 50%, l’aumento dei prezzi delle materie
prime avrà schiacciato l’economia italiana.
Invece no. L’impatto della svalutazione sui prezzi fu minimo. Lo
vediamo nella Fig. 2, che riporta l’indice dei prezzi al consumo, la
statistica che misura il costo della vita.
Vedete? I prezzi al consumo seguirono una bella traiettoria liscia e
regolare, per nulla influenzata dalla svalutazione del cambio: mentre
questo si impenna e poi precipita (Fig. 1), i prezzi (Fig. 2) vanno su
paciosi. Se, come nel grafico, mettiamo pari a
100 l’indice nell’agosto del 1992, vediamo che nell’aprile del 1995,
quando la lira si era svalutata di quasi il 50%, l’indice era aumentato
di appena il 13% (giungendo a 112.7).
Quindi i lavoratori furono tosati del 50%, come afferma l’espertone Tabacci?
No, evidentemente no, né in una notte, come dice per farvi
paura, né in tre anni. L’indice del salario reale, cioè dei salari
divisi per i prezzi, e quindi del reale potere d’acquisto degli italiani, tratto dal database AMECO è piuttosto chiaro: dal
1992 al 1995 l’indice diminuì, ma del 4%, cioè più o meno quello che
ha perso negli ultimi quattro anni, ora che abbiamo l’euro che ci
protegge. L’inflazione c’entrò poco o nulla, c’entrarono molto le
misure di austerità, prese anche allora per il nobile scopo di entrare
in Europa.
Ora, i fatti sono questi, e magari ad alcuni sembreranno
stravaganti, convinti che se, poniamo, il
dollaro ci costa del 50% in più, immediatamente il petrolio costa del
50% in più, e quindi tutto costa del 50% in più, nel giro di una notte
(come se tutto fosse fatto di petrolio...). In questo caso la
svalutazione sarebbe inutile, perché è vero che i nostri clienti esteri
pagherebbero del 50% in meno (a spanna) la nostra valuta, ma
l’inflazione interna farebbe costare del 50% in più i nostri prodotti, e
i due effetti si annullerebbero. Così, continuano,
inutile tornare al cambio flessibile: è inefficace come strumento, e di
converso, quindi, la rigidità dell’euro non è colpevole della situazione
nella quale ci troviamo
Ma le cose non stanno così: lo ha chiarito nel 1997 Maurice Obstfeld dell’Università di Berkeley, sui Brookings Papers on Economic Activity, e lo ha confermato nel 2012 Alexis Antoniades, della Georgetown University, sulla International Economic Review (se vi interessano i curriculum). Obstfeld, nel suo articolo intitolato “L’azzardo dell’euro”, chiarisce che l’aggiustamento
del cambio è importante, anche se non si trasferisce ai salari reali,
cioè anche se i lavoratori non vengono “tosati”, o magari “pagati come
in Cina”. Il motivo è che se i produttori fissano i prezzi nella valuta del proprio paese (producer currency pricing),
la svalutazione li avvantaggia comunque sui mercati esteri, anche a
parità di costo del lavoro nazionale. Quindi, per un paese europeo
rinunciare alla flessibilità del cambio ha un costo importante in
termini di prolungamento delle crisi economiche (come stiamo vedendo).
Il lavoro di Antoniades conferma che le imprese applicano in modo
prevalente il producer currency pricing, e conclude
confermando quello che era facile capire anche prima, cioè che “le
preoccupazioni espresse da Obstfeld sui benefici dell’euro sono
fondate”.
Certo, i mortali possono ignorare queste ricerche
specialistiche, ma il prof. Boldrin no, e certamente non le ignora.
Anche perché, sempre nel 1997, a margine dell’articolo di Obstfeld, un
altro economista rincara la dose: “Sono più pessimista di Obstfeld: secondo me, l’euro è un rischio che non dovremmo prendere”.
Sapete chi era? Alberto Alesina, che oggi appoggia l’austerità
montiana, a difesa di quello stesso euro da lui definito nel 1996 un bluff,
per motivi che trovo limpidi e tuttora validissimi. Vi pare possibile che
il prof. Boldrin non conosca l’opera del prof. Alesina? La leggiamo
perfino noi a Pescara!
È vero invece quello che afferma nel dibattito la Napoleoni, cioè
che le politiche di deflazione intraprese, quelle sì, stanno
riducendo a mal partito i cittadini italiani. Il motivo è semplice, e
lo ha tanto limpidamente espresso uno degli economisti di punta del
PUDE (Partito Unico Dell’Euro), Stefano Fassina: non potendo svalutare la moneta, si svaluta il lavoro.
Vi sembra il contrario di quello che dicono Tabacci e Boldrin? Sì, è
esattamente il contrario, ma è anche quello che sta succedendo, e lo
vediamo tutti, anche voi: credete ai vostri occhi!
È inutile girarci intorno. Quello di ridurre il resto dell’Europa
come la Cina, sbriciolando i redditi e i diritti dei lavoratori per
contare su un serbatoio di manodopera a buon mercato, si sta ormai
palesando come il disegno, più o meno lucido, della leadership tedesca.
Guardate, non ci vuole molto a capirlo: vogliono fare con il resto
dell’Eurozona quello che gli è riuscito con la Germania Est.
Ve lo ricordate?
Vi rubo ancora un attimo, vale la pena: il cambio fra marco dell’Est
e marco dell’Ovest era di tre a uno, ma fu presa la decisione di
fissare il cambio uno a uno, dotando i “cugini” dell’Est di una moneta
tre volte più “pesante” di quella di cui disponevano. Risultato: i
consumi all’Est aumentarono (e con loro le importazioni), ma la
competitività delle imprese fu sbriciolata (e con lei le esportazioni).
Quasi 1300 miliardi di euro passarono dall’Ovest all’Est, per colmare lo
squilibrio commerciale e finanziare la ripresa, ma a distanza di
vent’anni i risultati apparivano deludenti non secondo “il professorino
di Pescara”: secondo lo Spiegel!
Che vuol dire “deludenti”? Ma, ad esempio che nel 2008 il reddito di
una famiglia dell’Est era ancora solo il 53% di quello di una famiglia
dell’Ovest (sempre lo Spiegel).
I greci, agli imprenditori della Germania Ovest, costeranno ancora
meno, quando la loro economia sarà stata definitivamente distrutta. Poi
toccherà agli altri, fra cui noi.
Solo sganciandoci dal giogo della moneta unica e ripristinando la
flessibilità del cambio (come auspicavano il premio Nobel James Meade
nel 1957, o Alberto Alesina nel 1997) si può garantire un futuro a
questo continente. Non parlo di futuro economico: parlo di futuro e
basta, perché l’irrazionalità economica dell’euro rischia di condurci
alla catastrofe politica, come diceva, ancora una volta, Alberto Alesina
nel 1997: “si può pensare che la probabilità di conflitti aumenterà
se più paesi sono costretti a coordinarsi e a venire a compromessi su
diversi argomenti a causa di una inutile unione monetaria”.
Quindi, quando difendono l’euro, Tabacci forse no (diamogli il
beneficio del dubbio, visto che non è del mestiere e visibilmente non sa
di cosa parla), ma Alesina e Boldrin sono certamente consapevoli di divulgare delle “lievi imprecisioni”.
È la leadership degli eurocrati che vuole portarci a competere al
ribasso con la Cina in tema di diritti e redditi, e questo loro lo
sanno. Siamo certi che la loro convinzione nel sostenere questo progetto
suicida per il loro paese gli spianerà la strada di una brillante
carriera politica.
Dipende da voi...
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