venerdì 20 giugno 2008

NON E' VERO

da Bruno Tinti

La convulsa attività legislativa dell’attuale maggioranza ha una caratteristica particolare: ogni provvedimento emesso è preceduto e giustificato da bugie.
Non è vero che esista un problema sicurezza pubblica: il numero dei reati commessi è in costante flessione. E tuttavia il problema sicurezza pubblica è percepito dai cittadini come un problema grave perché tutti i giorni, a pranzo, cena e colazione, televisioni di Stato e private (le 6 reti controllate dal Presidente del Consiglio) e giornali di partito spiegano che c’è un grave problema di sicurezza pubblica e avvalorano questa "denuncia" con minuziosi racconti di scippi, furticiattoli e qualche reato grave, morbosamente esibito. Se adottassero la stessa tignosa diligenza per raccontare le migliaia di corruzioni che vengono scoperte ogni giorno in Italia, le decine di migliaia di frodi fiscali che impoveriscono l’Italia di centinaia di milioni di euro, le decine di morti sul lavoro che insanguinano ogni giorno fabbriche e cantieri, i milioni di abusi edilizi che deturpano il Paese, gli inquinamenti, le frodi nei finanziamenti UE, insomma tutti quelli che per la classe dirigente italiana non sono reati degni di attenzione; ebbene, è certo che i cittadini italiani avrebbero del loro Paese una percezione diversa, assai più preoccupante del preteso problema sicurezza e certamente assai più realistica.
Non è vero che sono gli extracomunitari o i rumeni che commettono il maggior numero dei reati: in realtà questa categoria di persone commette il maggior numero di piccoli reati, furti nei supermercati, nei cantieri, sugli autobus; le rapine, il traffico di droga, gli omicidi sono commessi in percentuale maggiore da italiani; e naturalmente i reati di cui non si deve parlare, quelli che è bene che non preoccupino l’opinione pubblica, quelli citati sopra, la corruzione, la frode fiscale, il falso in bilancio, gli infortuni sul lavoro, i reati ambientali ed edilizi, gli inquinamenti, quelli sono commessi soltanto da italiani.
Non è vero che, per quanto riguarda gli extracomunitari e i rumeni che delinquono, la soluzione giusta consiste nell’espulsione: la soluzione giusta, come ognuno può capire, consiste nel metterli in prigione, proprio come si deve fare con chiunque commetta reati. Naturalmente per fare questo occorre un sistema giudiziario che funzioni; quindi bisognerebbe cambiare in fretta e furia il 90 % della legislazione penale e processuale italiana. Quella penale, eliminando una sterminata quantità di reati inutili (mi vengono in mente l’omesso versamento di ritenute INPS, l’omesso versamento delle ritenute d’acconto, l’ingiuria, la minaccia lieve, la sosta con biglietti prepagati (i vouchers) falsificati, l’omessa esposizione negli esercizi di ristorazione della tabella dei giochi leciti; non continuo perché dovrei riempire un paio di fogli). E quella processuale, eliminando un centinaio di adempimenti formali del tutto irrilevanti, rendendo obbligatoria l’elezione di domicilio presso il difensore, riformando completamente il regime delle notifiche (obbligatori fax o e-mail per gli avvocati), abolendo l’appello, abolendo il giudizio collegiale di primo grado (un solo giudice è più che sufficiente). E poi, naturalmente, bisognerebbe abolire tutti i tribunali inutili, quelli formati da meno di 20 giudici, rivedendo tutte le circoscrizioni giudiziarie, dividendo i tribunali delle grandi città in 2 o 3 o 4 tribunali (perché tribunali enormi funzionano malissimo). E poi bisognerebbe ridurre nella misura da 10 a 1 tutti gli istituti premiali che fanno si che una pena di 10 anni significhi, nei fatti, poco più di 4 anni di prigione vera e propria. E, per finire, bisognerebbe costruire molte carceri nuove e assumere un sacco di cancellieri, segretari e personale amministrativo in genere; e naturalmente ammodernare e far funzionare una struttura informatica disorganizzata e sottoutilizzate. E’ ovvio che, piuttosto che mettersi a fare tutto questo, è più comodo far finta di aver trovato la soluzione miracolosa: li espelliamo tutti. Un po’ come i tanti miracolosi rimedi contro il cancro che avevano il vantaggio di far a meno di lunghe costose e faticose ricerche mediche e farmacologiche.
Non è vero che gli extracomunitari espulsi, quando vengono riacchiappati, vengono poi assolti da giudici comunisti e sabotatori: è vero che nessuno Stato che ha frontiere con l’Italia accetta di ricevere stranieri privi di documenti; e, se gli extracomunitari espulsi non collaborano e nascondono i documenti e dicono di non averli e non si riesce a provare che invece ce li hanno, c’è poco da fare, il non aver obbedito all’ordine di espulsione non è reato per via dell’articolo 40 del codice penale: nessuno può essere punito per un fatto costituente reato se non è conseguenza della sua azione; e qui il non aver obbedito all’ordine di espulsione è conseguenza della condotta dei doganieri spagnoli, francesi, svizzeri etc,. Per quanto può dire il giudice italiano, l’extracomunitario espulso "ci ha provato" ma non è riuscito ad andarsene.
Non è vero che il reato di clandestinità costituisce una soluzione idonea a ridurre il numero, stimato troppo elevato, di immigrati nel nostro Paese; prima di tutto un vero reato di clandestinità, che consiste nel trovarsi illecitamente in territorio italiano, cioè senza documenti e/o senza permesso di soggiorno, significherebbe dover celebrare centinaia di migliaia di processi, tanti quanti sono gli immigrati clandestini nel nostro Paese; il che è assolutamente impossibile, visto che non si riesce nemmeno a fare i processi che ci sono ora che terminano per l’85 % con la prescrizione. E poi, per come è scritto (ma è ancora un progetto), questo reato di clandestinità consiste in realtà in un ingresso illecito nel nostro Paese: che viene commesso da chi vi mette piede per la prima volta in violazione delle leggi sull’immigrazione e viene acchiappato proprio mentre lo sta commettendo; per intenderci sul bagnasciuga della spiaggia di Lampedusa o mentre sta scavalcando la rete al confine tra l’Italia e la Croazia. Perché, se viene acchiappato 10 minuti dopo, mentre passeggia sulla spiaggia di Lampedusa o su un viottolo del Veneto, gli basterà dire che lui è in effetti clandestino e che però è entrato in Italia circa un mese fa (fra un anno dirà che è entrato circa un anno e un mese fa); e sarà assolto perché la legge, un mese fa (o un anno e un mese fa), ancora non c’era e nessuno può essere punito per un fatto che, nel momento in cui viene commesso, non è previsto dalla legge come reato: lo dice l’articolo 2 del codice penale. Certo, i poliziotti, i giudici e molte altre persone di buon senso potranno immaginare che questa dichiarazione (sono entrato clandestinamente un mese fa) non è vera; ma tra immaginare e provare, nel processo penale di uno Stato di diritto (quello che l’attuale maggioranza sta distruggendo) c’è un’enorme distanza: immaginare, supporre, sospettare non basta per condannare.
Non è vero che occorre limitare le intercettazioni perché se ne è abusato, come sarebbe dimostrato dal fatto che - così dicono gli affannati esponenti della maggioranza che qualche giustificazione al loro operato debbono pur trovarla - il numero degli intercettati è elevatissimo: in realtà le intercettazioni sono disposte in una ridottissima percentuale dei processi penali (a Torino 300 processi su 200.000); quindi sono pochissime. E’ però vero che, tra gli intercettati, vi è un numero ridotto ma importante di appartenenti alla classe dirigente. Così, quando qualche politico racconta che vi è un numero troppo elevato di cittadini intercettati, in realtà sta dicendo che vi è un numero troppo elevato di politici e amici dei politici e amici degli amici che sono intercettati; e, certo, dal suo punto di vista, questa cosa è abbastanza grave: perché gli affari dei politici e degli amici dei politici e degli amici degli amici in genere sono un po’ sporchi.
Non è vero che le intercettazioni costano troppo; la spesa denunciata dal Governo per giustificare il disegno di legge che riduce le intercettazioni, circa 300 milioni, è una piccolissima parte del bilancio della giustizia che è pari a 7 miliardi; e comunque è comprensiva delle somme pagate per i periti e i consulenti del PM, per le spese di missione della polizia giudiziaria, per le trascrizioni degli interrogatori e via dicendo. E poi sarebbe semplice diminuire ulteriormente questo costo addossandolo ai gestori telefonici che agiscono in regime di concessione (è lo Stato che gli "concede" di fare il loro business): lo Stato potrebbe pretendere che le intercettazioni venissero fatte gratis. O almeno, potrebbe pretendere che venissero fatte al costo, senza guadagnarci (enormemente, come avviene oggi). Infine le intercettazioni fanno scoprire un sacco di reati economici e fanno recuperare un sacco di soldi; succede così che quasi sempre le intercettazioni "si pagano da sole".
Non è vero che le intercettazioni vengano pubblicate abusivamente e che quindi bisogna intervenire per bloccare questo malcostume: esse compaiono sui giornali quando è caduto il segreto investigativo, cioè quando l’imputato e i suoi difensori le conoscono, ad esempio perché sono riportate in un provvedimento del giudice che li riguarda (ordinanza di misura cautelare, di sequestro, di perquisizione etc.). Quindi, quando vengono pubblicate, sono pubbliche: non c’è nessun abuso.
Non è vero che le intercettazioni e le altre notizie che riguardano il processo vengono passate ai giornalisti dai giudici. Per prima cosa non è mai stato provato. E poi basta chiedere ai giornalisti; che spiegheranno a chi vuole starli a sentire che le informazioni che essi pubblicano lecitamente le ricevono dai difensori degli imputati, subito dopo che loro stessi le hanno conosciute. Certe volte le ricevono dagli stessi imputati che poi sfruttano la pubblicazione per mettersi a strillare che la loro privacy è stata violata e che il giudice (in realtà il PM) ce l’ha con loro, che deve essere trasferito, che il processo deve essere celebrato da un’altra parte e insomma tutto il manuale del perfetto impunito. Quanto alle informazioni illecitamente conosciute, non si capisce perché tra cancellieri, polizia giudiziaria, traduttori, trascrittori, interpreti, avvocati di parti offese e parti offese interessate a sputtanare gli imputati, si debba pensare che l’autore delle fughe di notizie sia il giudice, che del resto è proprio quello che da queste fughe di notizie riceve un danno: sia per se stesso, ché è lui ad essere immediatamente additato come la fonte; sia per il processo.
Non è vero che i giudici parlano dei loro processi in televisione o sui giornali: i giudici parlano (quando lo fanno, quando possono, quando qualcuno glielo chiede) delle difficoltà del processo italiano, dello stato disperato del sistema giudiziario italiano, delle pressioni o minacce o avvertimenti che ricevono, di leggi sbagliate o funzionali ad assicurare l’impunità a questo o quel potente, a questa o quella casta. Gli stessi giudici Forleo e De Magistris hanno parlato del loro isolamento, delle pressioni e minacce ricevute, delle difficoltà della loro situazione: mai dei loro processi, delle prove raccolte, delle dichiarazioni rese da imputati o testimoni.
Non è vero che le notizie che non hanno rilevanza penale non debbono essere rese note all’opinione pubblica: se queste notizie riguardano uomini pubblici, gente che si è assunta la responsabilità di governare o gestire il Paese, l’opinione pubblica ha diritto di sapere tutto di loro, anche se si tratta di cose non costituenti reato. Se un onorevole che firma una legge contro la liberalizzazione della droga è, nella vita privata, un cocainomane; se un ministro favorisce suoi conoscenti o compagni di partito con incarichi ben remunerati; se un giudice frequenta persone poco raccomandabili, è necessario (non giusto, necessario) che i cittadini lo sappiano.
Non è vero infine che lo Stato italiano abbia necessità di un’occupazione militare del territorio. Prima di tutto 2.500 militari sono una quantità di uomini ridottissima rispetto a quanto ne mettono in campo Polizia, Carabinieri, Guardia di Finanza e Vigili Urbani che, tutti insieme, assommano a più di 200.000 uomini. E poi una forza di Polizia non addestrata, anzi addestrata ad operare in territorio nemico, in una situazione di guerra, con mezzi e mentalità incompatibili con la vita civile di un Paese democratico, non può che essere causa di danni e reati assai più numerosi e gravi di quelli che si vorrebbero prevenire o reprimere. Ricordo che, in una delle numerose occasioni in cui veniva sbandierata la ferma volontà di combattere l’evasione fiscale (ferma volontà più volte riaffermata e mai attuata seriamente), si pensò di assegnare ai funzionari delle imposte la qualifica di ufficiali di PG; e non si ritenne opportuno di farlo, proprio per la mancanza di uno specifico addestramento, di una specifica mentalità, dei rischi che un potere così grande e pericoloso (se male usato) venisse affidato a uomini non preparati ad usarlo e quindi inidonei.
Allora, alla fine, la domanda è: perché questa gente mente? E la risposta è ovvia: perché si tratta di leggi sbagliate, demagogiche, dirette a guadagnare popolarità e consenso e a procurarsi l’impunità.

giovedì 19 giugno 2008

LE FS BATTONO CASSA

Mauro Moretti amministra le Ferrovie italiane che, secondo lui, si devono e si possono salvare.
Dal 2006 amministratore delegato del carrozzone che fa marciare le carrozze dei 9 mila treni italiani, se la deve vedere con la "sindrome Alitalia", che colpisce non solo i cieli, ma anche i binari d'Italia: "O si mettono dolorosamente a posto le cose - dice Moretti - o si chiude". Senza contare la montante ostilità popolare di chi sui treni vive quotidianamente l'"effetto sardina" e l'"effetto monnezza", oltre che la vaghezza del concetto di puntualità.
Ovviamente pensa di aumentare le tariffe senza accennare minimamente ad un adeguato innalzamento della qualità del servizio offerto, quando un cittadino su tre si lamenta per i ritardi e uno su cinque per le penose condizioni di viaggio.
Tempo addietro Cittadinanzattiva aveva così replicato sull’allarme conti lanciato dal a.d. del Gruppo Ferrovie dello Stato Spa:“Ci chiediamo dove fosse e cosa stesse facendo in tutti questi anni l’ing. Moretti, già amministratore delegato di Rete Ferroviaria Italiana SpA e da tempo nel management del Gruppo, per svegliarsi solo ora e lanciare l'allarme-conti”.
E mentre è allo studio l’opportunità di intentare una causa per risarcimento danni nei confronti dell’a.d. di Trenitalia e dei responsabili delle Divisioni che si sono succeduti in questi ultimi anni, periodo nel quale sembrano essere state avallate liquidazioni per milioni di euro a fronte di risultati clamorosamente al di sotto di un minimo di efficienza, i lettori devono sapere chi è Mauro Moretti, già Segretario Nazionale del Sindacato FILT/CGIL.
Giancarlo Perna lo definisce il ras delle Ferrovie che ama CGIL e Cobas (www.ilgiornale.it) e sostiene sia stato un “Eccellente intenditore di faccende ferroviarie” perché se ha criticato - a mezza bocca - l’inefficienza delle precedenti gestioni è anche vero che per fare carriera non ha adempiuto al suo compito del vero Sindacalista e quindi, con la sua riverita firma, non ha contestato le sciocchezze poste nei CCNL 1987/1989 – 1990/1992 dei FERROVIERI, avallando le più grosse, cervellotiche, illegittime, panzane ai danni dei lavoratori che lui rappresentava e inventando, lui che è laureato in Ingegneria, ciò che matematicamente è impossibile a realizzarsi. Con la sua riverita firma, a tutti i Ferrovieri ha decurtati stipendi, buonuscita e pensione.
Perciò sentire dire che la Cgil, Cisl, Uil, Cobas e compagnia avevano deciso il blocco totale del traffico per una maestosa manifestazione davanti alla sede delle Fs – e per questo ha chiesto ed ottenuto da Moretti la consegna di otto coppie di treni (andata e ritorno) per il trasporto dei manifestanti dai quattro punti cardinali non c’è da meravigliarsi. Tutto ha una sua logica. Uno scambio di favori. I Sindacati e i Sindacalisti vanno accontentati e anche le Ferrovie dello Stato vanno accontentate in altri modi, togliendo ad esempio la retribuzione ai Ferrovieri proprio con l’avvallo dei Sindacati e Sindacalisti e licenziando chi si oppone.
Il Sindacalista e l’ingegnere Mauro Moretti non ha esercitato le sue doppie qualità per ripristinare il raziocinio e la legalità nelle Ferrovie dello Stato, ed il suo stipendio di oltre 800mila euro l’anno è legittimo ove si pensi che ha fatto risparmiare allo Stato Italiano, ai danni dei FERROVIERI, oltre 10.000 miliardi delle vecchie lire.
Se poi Mauro Moretti fa il sindaco di Mompeo, paesotto del Reatino e fa anche il vicepresidente dell’Associazione romana degli industriali, presieduta da Luigi Abete, quello della Bnl, con la stessa negligenza di come ha fatto l’ingegnere e il Sindacalista a danno dei Ferrovieri, gli abitanti di Mompeo e gli Industriali Romani possono dormire sonni tranquilli. L’ing. Mauro Moretti li sistemerà a dovere per come ha sistemato e sistemerà i Ferrovieri e come ha giurato di sistemare il Bilancio delle Ferrovie dello Stato.

mercoledì 18 giugno 2008

LA LIBERTA'

http://toghe.blogspot.com/2008/06/il-ruolo-indispensabile-della-libert-di.html
di Oreste Flamminii Minuto (Avvocato)

Per valutare quale e quanta libertà di stampa vi sia nel nostro paese, è consigliabile fare un raffronto con la stessa libertà negli Stati Uniti. ... gli Stati Uniti hanno nel primo emendamento della loro costituzione un punto fermo di primaria importanza. ... La guerra in Vietnam ... .Un analista della CIA, Daniel Ellsberg, addetto alla segreteria personale del ministro americano della difesa Robert Mac-Namara, scoprì che l’intervento americano, giustificato dal cosiddetto “incidente del Golfo del Tonchino”, in realtà era dovuto a ragioni di politica internazionale e l’incidente in questione era stato inventato di sana pianta, non essendo mai accaduto. ... Come analista continuò a studiare sia le cause che i possibili sviluppi della guerra e in questa sua attività si imbattè in alcuni fascicoli nei quali la storia dell’incidente del Golfo del Tonchino emergeva in tutta la sua drammatica verità. Si era trattato di un pretesto per scatenare una guerra dalle conseguenze imprevedibili e che aveva già determinato una quantità di morti assolutamente ingiustificata. Questa scoperta fu per Ellsberg scioccante. ... La prima cosa che fece fu provvedere a fotocopiare quella montagna di carte dalle quali si evinceva la frode perpetrata ai danni del popolo americano. ... Quando ebbe completato questa fatica, i 47 faldoni che costituivano la prova della truffa perpetrata dall’amministrazione Johnson vennero consegnati al capo dell’opposizione democratica senatore William Fulbright. La lettura di ciò che Ellsberg gli aveva portato determinò lo sconcerto e la meraviglia del capo dell’opposizione democratica, ma con grande sorpresa di Ellsberg il senatore Fulbright gli restituì tutto il malloppo comunicandogli la sua impossibilità a fare qualunque cosa. Quegli atti erano coperti dal segreto di Stato e se egli ne avesse reso pubblico il contenuto sarebbe incorso nel reato di alto tradimento. ... Ellsberg non ebbe altra scelta che quella di rivolgersi alla stampa. ... Di fronte a quella montagna di carte e alle problematiche della loro pubblicazione, i redattori del New York Times discussero a lungo, ma alla fine la decisione fu: “Pubblichiamo!!”. Cominciò così la pubblicazione a puntate del dossier sull’incidente del Golfo del Tonchino (“Pentagon Papers”). Al clamore che ne seguì fu data immediata risposta da parte del Ministro della Giustizia del governo Nixon, il senatore John Mitchel, il quale, per tutelare il buon nome del governo americano, chiese ed ottenne da un giudice della contea di New York una ingiunzione ai giornalisti di non proseguire oltre nella pubblicazione del dossier. ... Ellsberg, niente affatto rassegnato, si rivolse al Washington Post. Stessa trafila, stessa pubblicazione della prima puntata, stessa ingiunzione del giudice a non proseguire oltre. Ma a questo punto cambiarono i protagonisti della vicenda. A Ellsberg si sostituirono i due grandi giornali che fecero ricorso alla Suprema Corte Federale degli Stati Uniti, impugnando la decisione del giudice della contea di New York sostenendo la violazione del primo emendamento della costituzione americana, quello che garantisce la piena libertà di stampa. La decisione della Corte fu finalmente in linea con quanto Ellsberg si aspettava e la motivazione, stilata dal vecchio giudice costituzionale Hugo Black, riaffermò il principio di ampia libertà di informazione affermando che «Il potere del governo di censurare la stampa è stato abolito affinché la stampa rimanga per sempre libera di censurare il governo. Solo una stampa veramente libera può denunciare con efficacia un inganno in seno al Governo». Ellsberg ... denunciato per alto tradimento, fu tratto a giudizio di fronte un giudice della contea di New York. Le prove a suo carico erano costituite dalla copia dei nastri nei quali erano incise le sue conversazioni con lo psicanalista che lo curava. In quelle conversazioni vi era la confessione della sua “attività eversiva” e, dunque, era prevedibile la sua inevitabile condanna.Anche in questo caso, però, l’America dette prova delle democrazia che attraversa le sue istituzioni e i suoi strati sociali. Quando il processo fu “chiamato“, il giudice chiese quali prove avesse l’accusa in relazione al capo di imputazione. Al momento della produzione dei nastri si scoprì che l’accusa era venuta in possesso di quei nastri attraverso l’opera dei cosiddetti “idraulici”, vale a dire di quelle persone costituenti la squadra che era stata protagonista dello scandalo dell’hotel Watergate. Questi si erano introdotti nello studio dello psicanalista dopo averne scassinato la porta e avevano rubato i nastri contenenti le dichiarazioni di Ellsberg. Questa acquisizione palesemente illegittima, con tutto il disgusto del giudice per il modo con il quale era stata acquisita agli atti, determinò seduta stante l’archiviazione dell’accusa e il proscioglimento di Ellsberg. Questa storia, che è stata rappresentata anche in un film di buona fattura dal titolo “Pentagon Papers”, è molto significativa sia per ciò che riguarda il ruolo dell’informazione negli Stati Uniti d’America e sia anche per come viene garantito il processo americano nei confronti dei cittadini. Quello che qui interessa è l’aspetto concernente le funzioni della stampa che in quella società, erede dei principi della rivoluzione francese e, prima ancora, dell’Illuminismo, è considerato assolutamente prioritario tra i beni costituzionalmente protetti. In quel paese, ciò che non era consentito al Capo dell’opposizione, Senatore Fulbright, era consentito all’Informazione in virtù del Primo emendamento della Costituzione americana. In quel paese nemmeno la tutela dello Stato è considerato un bene che possa prevalere sul diritto dei cittadini a essere informati e a conoscere tutto quanto concerne la vita pubblica. ... In Italia, invece, dapprima i magistrati ordinari e in seguito anche la Corte Costituzionale hanno operato il principio cosiddetto del “bilanciamento” di beni costituzionali, per cui - in presenza di un possibile conflitto tra beni costituzionalmente protetti - occorre operare una scelta per stabilire quale dei beni in conflitto debba essere prevalente sull’altro. Ed è in base a questo principio che, allorquando un giornalista entra in possesso di una notizia sulla quale vige il segreto, ad esempio, di indagine giudiziaria, il bene “informazione” deve cedere il passo al bene “amministrazione della giustizia”. Questo bilanciamento vede l’informazione quasi sempre soccombente. ... Se la “bilancia” adoperata in Italia, infatti, fosse la stessa usata negli Stati Uniti saremmo un paese nel quale l’informazione può adempiere al suo naturale ruolo di controllore. ... Il principio della limitazione del proprio diritto nei confronti dei diritti degli altri è sicuramente un principio assolutamente necessario. Tuttavia è altrettanto vero che il principio cosiddetto del bilanciamento costituisce lo strumento per il quale è riconosciuta la prevalenza del diritto della collettività a conoscere, rispetto al diritto del singolo alla sua reputazione o alla sua privacy. ... “la superiorità del diritto del pubblico a essere informato” rispetto a qualsiasi altro diritto, è stata riconosciuta negli Stati Uniti. ... L’ultimo “caso” riguarda la Francia. I giornalisti Jerome Dupuis e Jean-Marie Pontaut erano stati condannati dal Tribunale e dalla Corte d’Appello di Parigi per violazione del “segreto istruttorio”.
Avevano pubblicato un libro, “Le orecchie del Presidente”, nel quale si rivelava il sistema di intercettazioni illegali operate in quel periodo. La Corte di Strasburgo (Giugno 2007), su ricorso degli stessi, condannò la Francia per violazione dell’art 10 della Convenzione dei Diritti dell’Uomo dichiarando che sulle esigenze del segreto processuale prevale il diritto di informare, specie se ci si trovi di fronte a fatti che siano interessanti per la collettività. Ultimamente “Reporters sans frontiere”, non a caso, ha collocato l’Italia al 40° posto nella classifica dei paesi … liberi !

LA RICHIESTA A SCHIFANI

Richiesta di informativa
Si chiede in particolare che il Ministro della Giustizia dica se sia vero che:1. il numero di 125 mila intercettazioni, sia costituito, nella misura di circa il 65%, da decreti di proroga.2. il numero di 125 mila non sia quello delle persone fisiche intercettate, bensì quello dei decreti autorizzativi e di proroga, emessi nel corso dell'anno.3. il decreto autorizzativo o di proroga debba essere emesso per ogni singola utenza da intercettare e non sia sovrapponibile al numero delle persone fisiche intercettate ( se un indagato ha 10 utenze telefoniche, i decreti saranno 10).4. il numero delle persone fisiche intercettate annualmente sia inferiore a 20000 (ventimila)5. i decreti autorizzativi o di proroga abbiano una durata di giorni 15, termine ulteriormente prorogabile con nuovo apposito decreto. ( se un indagato ha 10 utenze da intercettare e per un periodo di mesi 2 saranno emessi n. 40 decereti).6. il costo delle intercettazioni sia pari a circa il 2,5% del bilancio della Giustizia e, dopo il picco raggiunto nel 2005, sia in costante diminuzione.7. il costo unitario delle intercettazioni non sia uniforme nelle diverse sedi di uffici giudiziari, oscillando da euro 5 a euro 28 per giorno/operazione.8. il costo annuale delle intercettazioni, sia comprensivo, nella misura dal 5 al 10%, del costo dei tabulati cartacei del traffico telefonico fornito dagli operatori di telefonia.9. il costo annuale del nolo della apparecchiature per l'ascolto delle intercettazioni sia pari circa al 400% del costo di acquisto delle apparecchiature e l'obsolescenza delle stesse è stimabile in un tempo superiore a 3 anni, con la conseguenza che il costo per il nolo delle apparecchiature sarebbe superiore ( nell'arco di un triennio) di oltre 10 volte il costo di acquisto delle stesse. Infine quale sia
1. l'esito della indagine penale avviata dalla Procura della Repubblica di Roma sul sistema delle intercettazioni, sul ruolo del Ministero della Giustizia e sul rapporto con gli operatpri di telefonia, parzialmente conclusasi nel 2005 con il decreto di archiviazione reso nel procedimento n. 43129/04 Rg GIP Roma per difetto di dolo e contenente valutazioni critiche e stigmatizzatrici del sistema, dei controlli di spesa e dei compiti dei consulenti ministeriali.In particolare si sottolinea il fatto che la Commissione Giustizia del Senato, nel dicembre 2006 acquisì il decreto di archiviazione contenente n. 8 pagine interamente omissate ( le pagine 105 /112).
2. se risulti vero che i gestori di telefonia abbiano ottenuto un aumento del prezzo di listino per ciascuna intercettazione al fine di ammortizzare gli investimenti che gli stessi operatori avevano destinato all'ammodernamento delle centrali dei sistemi di trasmissione. Sicchè la remunerazione è risultata di gran lunga più elevata dei costi operativi sostenuti e, nonostante che l'ammodernamento delle centrali, consentisse significative economie di gestione.Così determinandosi un indebito vantaggio economico con un incremento anomalo dei ricavi ed un ingiustificato esborso di pubblico denaro.
3. la valutazione e le determinazioni del Ministro della Giustizia in ordine al contenuto del suddetto documento, ove acquisito e conosciuto nella versione omissata o in quella integrale (rimasta ignota al Senato) e l'eventuale trasmissione degli atti alla Procura Generale della Corte dei Conti.
Sen Luigi Li Gotti Capogruppo IDV Commisione Giustizia

venerdì 13 giugno 2008

IL TRATTATO DI LISBONA

Il 13 dicembre 2007 i leader dell’Unione europea hanno firmato il trattato di Lisbona, mettendo fine a diversi anni di negoziati sulla riforma istituzionale.
Il trattato di Lisbona modifica il trattato sull’Unione europea e il trattato che istituisce la Comunità europea, attualmente in vigore, senza tuttavia sostituirli. Il nuovo trattato doterà l’Unione del quadro giuridico e degli strumenti necessari per far fronte alle sfide del futuro e rispondere alle aspettative dei cittadini.
Un’Europa più democratica e trasparente, che rafforza il ruolo del Parlamento europeo e dei parlamenti nazionali, offre ai cittadini maggiori possibilità di far sentire la loro voce e chiarisce la ripartizione delle competenze a livello europeo e nazionale.
Un ruolo rafforzato per il Parlamento europeo: il Parlamento europeo, eletto direttamente dai cittadini dell’UE, sarà dotato di nuovi importanti poteri per quanto riguarda la legislazione e il bilancio dell’UE e gli accordi internazionali. In particolare, l’estensione della procedura di codecisione garantirà al Parlamento europeo una posizione di parità rispetto al Consiglio, dove sono rappresentati gli Stati membri, per la maggior parte degli atti legislativi europei.
Un maggiore coinvolgimento dei parlamenti nazionali: i parlamenti nazionali potranno essere maggiormente coinvolti nell’attività dell’UE, in particolare grazie ad un nuovo meccanismo per verificare che l’Unione intervenga solo quando l’azione a livello europeo risulti più efficace (principio di sussidiarietà). Questa maggiore partecipazione, insieme al potenziamento del ruolo del Parlamento europeo, accrescerà la legittimità ed il funzionamento democratico dell’Unione.
Una voce più forte per i cittadini: grazie alla cosiddetta “iniziativa dei cittadini”, un gruppo di almeno un milione di cittadini di un certo numero di Stati membri potrà invitare la Commissione a presentare nuove proposte.
Ripartizione delle competenze: la categorizzazione delle competenze consentirà di definire in modo più preciso i rapporti tra gli Stati membri e l’Unione europea.
Recesso dall’Unione: per la prima volta, il trattato di Lisbona riconosce espressamente agli Stati membri la possibilità di recedere dall’Unione.
Un’Europa più efficiente, che semplifica i suoi metodi di lavoro e le norme di voto, si dota di istituzioni più moderne e adeguate ad un’Unione a 27 e dispone di una maggiore capacità di intervenire nei settori di massima priorità per l’Unione di oggi.
Un processo decisionale efficace ed efficiente: il voto a maggioranza qualificata in seno al Consiglio sarà esteso a nuovi ambiti politici per accelerare e rendere più efficiente il processo decisionale. A partire dal 2014, il calcolo della maggioranza qualificata si baserà sulla doppia maggioranza degli Stati membri e della popolazione, in modo da rappresentare la doppia legittimità dell’Unione. La doppia maggioranza è raggiunta quando una decisione è approvata da almeno il 55% degli Stati membri che rappresentino almeno il 65% della popolazione dell'Unione.
Un quadro istituzionale più stabile e più semplice: il trattato di Lisbona istituisce la figura del presidente del Consiglio europeo, eletto per un mandato di due anni e mezzo, introduce un legame diretto tra l’elezione del presidente della Commissione e l’esito delle elezioni europee, prevede nuove disposizioni per la futura composizione del Parlamento europeo e per una Commissione ridotta e stabilisce norme più chiare sulla cooperazione rafforzata e sulle disposizioni finanziarie.
Migliorare la vita degli europei: il trattato di Lisbona migliora la capacità di azione dell’UE in diversi settori prioritari per l’Unione di oggi e per i suoi cittadini. È quanto avviene in particolare nel campo della “libertà, sicurezza e giustizia”, per affrontare problemi come la lotta al terrorismo e alla criminalità. La stessa cosa si verifica, in parte, anche in ambiti come la politica energetica, la salute pubblica, la protezione civile, i cambiamenti climatici, i servizi di interesse generale, la ricerca, lo spazio, la coesione territoriale, la politica commerciale, gli aiuti umanitari, lo sport, il turismo e la cooperazione amministrativa.
Un’Europa di diritti e valori, di libertà, solidarietà e sicurezza, che promuove i valori dell’Unione, integra la Carta dei diritti fondamentali nel diritto primario europeo, prevede nuovi meccanismi di solidarietà e garantisce una migliore protezione dei cittadini europei.
Valori democratici: il trattato di Lisbona precisa e rafforza i valori e gli obiettivi sui quali l'Unione si fonda. Questi valori devono servire da punto di riferimento per i cittadini europei e dimostrare quello che l’Europa può offrire ai suoi partner nel resto del mondo.
I diritti dei cittadini e la Carta dei diritti fondamentali: il trattato di Lisbona mantiene i diritti esistenti e ne introduce di nuovi. In particolare, garantisce le libertà e i principi sanciti dalla Carta dei diritti fondamentali rendendoli giuridicamente vincolanti. Il trattato contempla diritti civili, politici, economici e sociali.
Libertà dei cittadini europei: il trattato di Lisbona mantiene e rafforza le quattro libertà fondamentali, nonché la libertà politica, economica e sociale dei cittadini europei.
Solidarietà tra gli Stati membri: il trattato di Lisbona dispone che l'Unione e gli Stati membri sono tenuti ad agire congiuntamente in uno spirito di solidarietà se un paese dell’UE è oggetto di un attacco terroristico o vittima di una calamità naturale o provocata dall'uomo. Pone inoltre l’accento sulla solidarietà nel settore energetico.
Maggiore sicurezza per tutti: la capacità di azione dell'Unione in materia di libertà, sicurezza e giustizia sarà rafforzata, consentendo di rendere più incisiva la lotta alla criminalità e al terrorismo. Anche le nuove disposizioni in materia di protezione civile, aiuti umanitari e salute pubblica contribuiranno a potenziare la capacità dell'Unione di far fronte alle minacce per la sicurezza dei cittadini.
Un’Europa protagonista sulla scena internazionale, il cui ruolo sarà potenziato raggruppando gli strumenti comunitari di politica estera, per quanto riguarda sia l’elaborazione che l’approvazione di nuove politiche. Il trattato di Lisbona permetterà all'Europa di esprimere una posizione chiara nelle relazioni con i partner a livello mondiale. Metterà la potenza economica, umanitaria, politica e diplomatica dell’Europa al servizio dei suoi interessi e valori in tutto il mondo, pur rispettando gli interessi particolari degli Stati membri in politica estera.
La nuova figura di alto rappresentante dell'Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza, che sarà anche vicepresidente della Commissione, è destinata a conferire all'azione esterna dell'UE maggiore impatto, coerenza e visibilità.
Un nuovo servizio europeo per l’azione esterna assisterà l’alto rappresentante nell’esercizio delle sue funzioni.
La personalità giuridica unica conferita all’Unione ne rafforzerà il potere negoziale, potenzierà ulteriormente la sua azione in ambito internazionale e la renderà un partner più visibile per i paesi terzi e le organizzazioni internazionali.
La politica europea di sicurezza e di difesa, pur conservando dispositivi decisionali speciali, agevolerà la cooperazione rafforzata tra un numero ristretto di Stati membri.

LA VERITA' SULLE INTERCETTAZIONI NEL MONDO

da http://www.masadaweb.org
Quando si paragona il numero delle intercettazioni in Italia con quello americano, si omette di dire che in USA non esistono 3 gradi di giudizio come in Italia e se si è condannati si va in carcere; inoltre sono rarissimi i casi di ricorso e solo in presenza di prove sostanziali e nuovissime che rovescino la sentenza. Si omette anche di dire che la CIA ha diritto di mettere sotto controllo telefonico chiunque, anche senza autorizzazione della Magistratura: i numeri citati da Alfano non sono veri. In Inghilterra poi le intercettazioni possono essere predisposte anche dalle forze di vigilanza urbana.
L’Italia ha tre grosse associazioni criminali infiltrate a tutti i livelli politici, ha una classe politica che è ai vertici europei per corruzione e ha un numero di reati finanziari e amministrativi auperiore di circa 12 volte la media europea. Il decreto, tra l'altro, salverebbe tutti i reati finanziari, quelli previsti nella legge fallimentare e tutti i reati ambientali.
Tornando al Regno Unito, un rapporto ufficiale di Sir Paul Kennedy, Interception of communications commissioner, rivela che in Inghilterra si intercettano ogni giorno 1.000 nuove persone, e che ci sono ben 653 organismi statali che possono intercettare i cittadini: dai servizi di intelligence alla polizia, dagli uffici finanziari e fiscali ai pompieri ecc.... Ovviamente tutte queste intercettazioni nelle statistiche non risultano, e perciò l’Italia ha il record mondiale delle intercettazioni, che da noi puo’ fare solo la magistratura a garanzia del cittadino. Se ogni giorno si aggiungono 1000 nuovi intercettati significa che in un anno come minimo si producono 365.000 decreti (e se si rinnovano, come spesso accade, diventano molti di più).
In USA Bush autorizzo’ segretamente la NSA ad intercettare le chiamate telefoniche e il traffico in rete senza mandato di un giudice, per la lotta al terrorismo. Nel 2002 apri’ alla NSA un accesso segreto diretto, senza limite, alle reti di telecomunicazioni e da allora la NSA decide cosa sorvegliare, senza autorizzazione della Casa Bianca o del Ministero della Giustizia o di chicchessia.
Secondo Michael Hayden, le procedure sono strettamente rigorose, ma nessuno le conosce perchè Bush ha abrogato le norme che limitavano, dopo l’affare del Watergate, le attivita’ dei servizi.
Negli anni ’60, ai tempi della guerra del Vietnam erano implicate Polizia Federale, FBI, e CIA, oggi c’è la NSA, e cioè lo stesso Ministero della Difesa, in spregio al principio legale, stabilito nel 1878, per cui l’esercito non puo’ essere utilizzato sul suolo americano in operazioni di polizia al servizio del potere.
La NSA e’ il Grande Fratello di Orwell, i suoi mezzi non hanno equivalenti, i suoi supercalcolatori sono la piu’ importante concentrazione informatica al mondo; produce per se’ le sue cimici di ascolto e i suoi calcolatori, la cui tecnologia e’ segreta e deposita i brevetti segreti che non hanno data di scadenza; e’ la piu’ importante delle 16 agenzie di informazioni degli USA e il principale datore di lavoro per matematici nel pianeta. Istituita il 4 novembre 1952 sotto il Ministero della Difesa, e’ sempre stata diretta da un generale almeno a tre stelle. Il suo budget segreto sarebbe 10 volte superiore a quello della CIA. Nel Maryland, le sue spese annue di consumo elettrico sono di 21 milioni di dollari, facendone la 2° consumatrice dello Stato. Gli impiegati chiamano il loro centro, a 15 km da Washington, "Crypto City", e questo sito non compare su alcuna carta geografica pur essendo una città con 18.000 posti auto, 5 km di strade e un suo servizio di polizia. Il centro operativo potrebbe ospitare 4 volte il Campidoglio. I suoi compiti danno le vertigini poichè il traffico dati su rete raddoppia ogni 100 giorni e 35 milioni di messaggi sono emessi ogni ora dai siti di tutto il mondo: la NSA raccoglie decine di miliardi di comunicazioni.
Il 10 settembre 2001, la NSA aveva registrato due chiamate dall’Afghanistan verso gli Stati Uniti. ma queste comunicazioni non sono state trattenute dai filtri informatici e sono state ignorate.
La NSA è sempre passata inosservata e la sua esistenza sconosciuta: l’agenzia era soprannominata: "No Such Agency". Ma la scoperta in Europa della vastita’ del programma "Echelon" ha provocato alta indignazione: con la cooperazione di Canada, Gran Bretagna, Australia e Nuova Zelanda, la NSA infatti aveva creato una rete planetaria di stazioni di ascolto e di satelliti spia, che spiava anche gli alleati degli Stati Uniti.
Ora i media americani hanno scoperto altri due programmi ancor piu’ segreti. Il 16 dicembre 2005, il New York Times ha svelato che la NSA intercetta, senza permesso di un giudice, le comunicazioni, tra gli Stati Uniti e l’estero, di persone sospettate di essere collegate con Al-Qaida.
Il 10 maggio 2006, USA Today affermava che la NSA raccoglie elenchi di milioni di chiamate telefoniche abituali di Statunitensi, per individuare comportamenti sospetti. Le tre compagnie citate hanno smentito queste rivelazioni, ma sono state denunciate da organizzazioni per la difesa dei diritti civili. Secondo USA Today, la NSA avrebbe costruito dopo il 2001, "la piu’ grande base di dati di chiamate al mondo”. La base dati non include solamente chi ha parlato e con chi, e per quanto tempo, e chi ha ricevuto messaggi elettronici dall’Arabia Saudita, dal Marocco, o dall’Egitto, ma e’ in grado di identificare l’insieme delle persone in contatto le une con le altre. I calcolatori della NSA determinano l’esistenza di gruppi gerarchicizzati e, a partire da un "sospetto", risalgono a centinaia , se non a migliaia di persone. I dati ricavati dalle chiamate a lunga distanza servono a determinare quali saranno le persone da sorvegliare piu’ strettamente in seguito. Allorche’ la CIA aveva messo sotto sequestro computers, telefoni cellulari, taccuini contenenti indirizzi e nomi, numeri di telefono e indirizzi di posta elettronica, la NSA ha utilizzato queste informazioni per sorvegliare coloro che erano in contatto con i dirigenti di Al-Qaida, allargando secondo cerchi concentrici il numero delle persone sotto controllo di ascolto nel mondo e negli Stati Uniti. E’ difficile determinare la vastita’ delle operazioni. Una delle ragioni per le quali il governo ha deciso di non chiedere alcuna autorizzazione alla magistratura e’ che sarebbe materialmente impossibile, dato lo spettro ampio delle intercettazioni.
La cooperazione delle compagnie telefoniche americane con la NSA e’ totale e gratuita.

giovedì 12 giugno 2008

UN PROBLEMA ANTICO

DAL MEMORIALE DI ALDO MORO
(Comm. stragi, II 154-155; Numerazione tematica 16)

"La stampa italiana costituisce un enorme problema sia per quanto riguarda il suo ordinamento e sviluppo, sia per quanto riguarda la sua indipendenza. Il tema fu già posto da Einaudi alla Costituente, ma né allora né dopo si è riusciti a risolvere questo enorme problema di libertà e dei diritti umani. Non so come giocherà la nuova legge sulla stampa; ma è certo che la gestione giornalistica è talmente costosa da essere proibitiva. La D.C. trascina a fatica i due ultimi giornali residui (Mattino e Gazzettino Veneto), mentre analoga fatica per sopravvivere fa la Gazzetta del Popolo che è di un gruppo (piccolo gruppo) amico. Da qui la necessità in cui essa si trova di fare ricorso, in un modo o nell'altro, a Rizzoli che le permette di non chiudere. Ch'io sappia, Bodrato ha problemi di rappezzamento, non una strategia da far valere. Deve affidarsi quindi non alla propria stampa, ma alla benevolenza (sempre misurata e discutibile) di quella altrui. Il Paese è così dominato da cinque o sei testate. Questi giorni hanno dimostrato come sia facile chiudere il mercato delle opinioni. Non solo non troverai opinioni, ma neppure notizie. Forse è questo un aspetto particolare di una crisi economica, che non può non essere anche una crisi editoriale. Infatti su 20-25 seri giornali è difficile bloccare; su 5 o 6 sì.
Rizzoli è abile giocatore e dominerà fino al limite del possibile con un apporto che è difficile immaginare italiano se non nella firma. La stessa macabra grande edizione sulla mia esecuzione può rientrare in una logica, della quale forse non è necessario dare ulteriori indicazioni. Solo un istante mi soffermo sul Messaggero, conteso tra comunisti (forse Scalfari, forse Pratesi) e socialisti cui era stato dato nel quadro di un pacifico rapporto di centro-sinistra, poi deterioratosi, lasciando il giornale in grandi incertezze e, per così dire, diviso in pagine, ciascuna data in appalto a qualcuno (idealmente, s'intende).
La tensione tra Caracciolo e Rizzoli è forte ed il Messaggero è fortemente desiderato da entrambi o, quanto meno, è desiderato che non passi nel dominio dell'altro. La D.C. cerca di non impegnarsi. Il Tempo, che segue la D.C., è in grossa difficoltà. Stampa, Corriere, Resto, Nazione e, per la sua proprietà, il Giorno hanno una posizione normale. Ma per il resto è tutto in discussione."