di Paolo Crecchi (crecchi@ilsecoloxix.it)
Sarà il faccione barbuto di Beppe Grillo a campeggiare nei cartelloni
del Movimento Cinque Stelle, nei giorni roventi della prossima campagna
elettorale, anche se il Vate di Sant’Ilario non diventerà mai presidente
del consiglio. A spiegare perché è Paolo Becchi, professore di
filosofia del diritto a Giurisprudenza e intellettuale d’area, si
sarebbe detto una volta: «I partiti e i gruppi politici che si candidano
a governare», spiega citando l’articolo 14 bis del cosiddetto
Porcellum, «depositano il programma elettorale nel quale dichiarano il
nome e cognome della persona da loro indicata come capo della forza
politica. Non premier, capo: le stesse parole usate da Grillo
all’indomani del trionfo siciliano, quando spiegò che la sua figura
sarebbe stata quella del garante».
Una mossa geniale ma del resto, dal punto di vista del marketing, il duo
Grillo & Casaleggio sono dei maestri. Becchi è qualcosa di più,
però, docente universitario di pensiero lucido, specializzato in temi
scabrosi come eutanasia, clonazione, morte cerebrale. Solo una persona
curiosa e intellettualmente onesta come lui poteva scovare quello che
pensava Norberto Bobbio, e dunque un padre della
patria, a proposito della tanto vituperata democrazia diretta. Utopia?
Ma certo, «salvo a fare l’ipotesi (e non escludo che un giorno ci si
arrivi) di un immenso computer cui ogni cittadino, standosene a casa o
andando al più vicino terminal, possa trasmettere il suo voto premendo
un bottone». Il grande filosofo lo scriveva nel 1976, in un saggio
pubblicato da Einaudi dal titolo oggi improponibile, «Quale
socialismo?».
Difficile continuare a bollare il Movimento come antipolitico, dunque,
se si considera che Bobbio - al di là di qualche scivolone, come
l’orgogliosa professione di fascismo esternata per lettera a Mussolini
allo scopo di ottenere una cattedra - è sempre stato considerato un
punto di riferimento per la democrazia. «Io non li conoscevo, Grillo e
Casaleggio. Mai parlato con nessuno dei due. Poi mi telefona uno dei
Cinque Stelle e mi chiede se può farmi un’intervista. Quando vuole,
rispondo. Le domande sono sul governo Monti, sull’euro, sui modelli
alternativi di sviluppo. Domande intelligenti, che presuppongono una
preparazione. Credo che non troveremo mai una Minetti nel Movimento, e
già questo è qualcosa». Il professor Becchi parla nell’ufficio che fu
di Giovanni Tarello, il filosofo del diritto scomparso a soli 52 anni
per un tumore ai polmoni. Ricorda sospirando come nei cassetti e sugli
scaffali continuassero a essere ritrovate, fino a pochi anni fa, stecche
di Gauloises blu. «Grillo e i suoi», riflette, «sono molto legati ai
bisogni del territorio. Hanno occupato il posto di un ecologismo che in
Italia non c’è mai stato, o quanto meno non è mai stato degnamente
interpretato dai Verdi. Oggi rappresentano tutto meno che
l’antipolitica, anzi sono la massima espressione della voglia di far
politica. Vedete, la tanto sbandierata democrazia rappresentativa è un
feticcio, ha partorito una classe dirigente convinta che la sua sia una
professione. Avete presente Montaldo, l’assessore regionale alla sanità?
Ha sempre fatto l’assessore, anche in Comune, crede che il suo mestiere
sia quello di fare l’assessore. Sarà meglio oppure no un gruppo di
lavoro che elabora una proposta di legge confidando su esperti, studi,
ricerche e poi l’affida a un politico a tempo, che funziona da
portavoce?».
Secondo Becchi la legge elettorale in via di elaborazione ha l’unico
scopo di fermare il Movimento. «C’è in giro un malessere diffuso, ci si
comincia a rendere conto che la politica di Monti e la subalternità
all’euro hanno bruciato i destini di almeno due generazioni. E la
partitocrazia anziché riflettere su se stessa studia come fermare
Grillo, ha compreso che se arriva al 25 o 30 per cento il premio di
maggioranza è suo... Secondo me la legge elettorale non la cambiano più,
però. Il centrodestra è imploso, al limite potrebbe favorire soltanto
Bersani: gli altri non ci staranno mai».
«Dicono che nel Movimento non c’è democrazia. Ma a parte il fatto che i
militanti hanno una testa, e sicuramente migliore di quella delle varie
Minetti che ci hanno governato di recente, com’è che tutti parlano
della Salsi a Bologna e nessuno di Bugani, uno che dalla mattina alla sera fa quello che gli è stato chiesto dagli elettori anziché andare a perdere tempo in televisione? Lo spiego io: perché il sistema sta cercando di aprire una breccia nel Movimento.
Pensate a Santoro, Floris, Vespa senza gli attori del teatrino. Cosa
fanno? E pensate agli attori del teatrino che vanno a pavoneggiarsi in
televisione mentre gli altri lavorano in Parlamento. Finisce un’era,
capite»?
Becchi sostiene che «se la Rete incontra la piazza allora Napolitano
Primo lo sente eccome, il boom». Un presidente della Repubblica che ha
già deciso come deve andare, «perché nella loro testa sono il capo dello
stato e i partiti che devono legittimare il governo, mica i cittadini.
Così Monti non deve candidarsi, perché la sua eventuale legittimazione
passerà attraverso gli accordi di palazzo».
Cinquantasei anni, una barba bianca d’altri tempi, il Movimento si è
trovato in casa un ideologo più presentabile di Casaleggio, personaggio
che resta ambiguo e ogni tanto scivola nel visionario. «Alla peggio, in
parlamento ci sarà una grande forza di opposizione. Qualcosa cambierà
comunque: io li voto.».
lunedì 24 dicembre 2012
Le dieci regole per il controllo sociale
L’elemento principale del controllo sociale è la strategia della
distrazione che consiste nel distogliere l’attenzione del pubblico dai
problemi importanti e dai cambiamenti decisi dalle élites politiche ed
economiche.
Noam Chomsky
1 – La strategia della distrazione. L’elemento principale del controllo sociale è la strategia della distrazione che consiste nel distogliere l’attenzione del pubblico dai problemi importanti e dai cambiamenti decisi dalle élites politiche ed economiche utilizzando la tecnica del diluvio o dell’inondazione di distrazioni continue e di informazioni insignificanti.
La strategia della distrazione è anche indispensabile per evitare l’interesse del pubblico verso le conoscenze essenziali nel campo della scienza, dell’economia, della psicologia, della neurobiologia e della cibernetica. “Sviare l’attenzione del pubblico dai veri problemi sociali, tenerla imprigionata da temi senza vera importanza. Tenere il pubblico occupato, occupato, occupato, senza dargli tempo per pensare, sempre di ritorno verso la fattoria come gli altri animali (citato nel testo “Armi silenziose per guerre tranquille”).
2 – Creare il problema e poi offrire la soluzione. Questo metodo è anche chiamato “problema – reazione – soluzione”. Si crea un problema, una “situazione” che produrrà una determinata reazione nel pubblico in modo che sia questa la ragione delle misure che si desiderano far accettare. Ad esempio: lasciare che dilaghi o si intensifichi la violenza urbana, oppure organizzare attentati sanguinosi per fare in modo che sia il pubblico a pretendere le leggi sulla sicurezza e le politiche a discapito delle libertà. Oppure: creare una crisi economica per far accettare come male necessario la diminuzione dei diritti sociali e lo smantellamento dei servizi pubblici.
3 – La strategia della gradualità. Per far accettare una misura inaccettabile, basta applicarla gradualmente, col contagocce, per un po’ di anni consecutivi. Questo è il modo in cui condizioni socioeconomiche radicalmente nuove (neoliberismo) furono imposte negli anni ‘80 e ‘90: uno Stato al minimo, privatizzazioni, precarietà, flessibilità, disoccupazione di massa, salari che non garantivano più redditi dignitosi, tanti cambiamenti che avrebbero provocato una rivoluzione se fossero stati applicati in una sola volta.
4 – La strategia del differire. Un altro modo per far accettare una decisione impopolare è quella di presentarla come “dolorosa e necessaria” guadagnando in quel momento il consenso della gente per un’applicazione futura. E’ più facile accettare un sacrificio futuro di quello immediato. Per prima cosa, perché lo sforzo non deve essere fatto immediatamente. Secondo, perché la gente, la massa, ha sempre la tendenza a sperare ingenuamente che “tutto andrà meglio domani” e che il sacrificio richiesto potrebbe essere evitato. In questo modo si dà più tempo alla gente di abituarsi all’idea del cambiamento e di accettarlo con rassegnazione quando arriverà il momento.
5 – Rivolgersi alla gente come a dei bambini. La maggior parte della pubblicità diretta al grande pubblico usa discorsi, argomenti, personaggi e una intonazione particolarmente infantile, spesso con voce flebile, come se lo spettatore fosse una creatura di pochi anni o un deficiente. Quanto più si cerca di ingannare lo spettatore, tanto più si tende ad usare un tono infantile. Perché? “Se qualcuno si rivolge ad una persona come se questa avesse 12 anni o meno, allora, a causa della suggestionabilità, questa probabilmente tenderà ad una risposta o ad una reazione priva di senso critico come quella di una persona di 12 anni o meno (vedi “Armi silenziose per guerre tranquille”).
6 – Usare l’aspetto emozionale molto più della riflessione. Sfruttare l’emotività è una tecnica classica per provocare un corto circuito dell’analisi razionale e, infine, del senso critico dell’individuo. Inoltre, l’uso del tono emotivo permette di aprire la porta verso l’inconscio per impiantare o iniettare idee, desideri, paure e timori, compulsioni, o per indurre comportamenti…
7 – Mantenere la gente nell’ignoranza e nella mediocrità. Far si che la gente sia incapace di comprendere le tecniche ed i metodi usati per il suo controllo e la sua schiavitù. “La qualità dell’educazione data alle classi sociali inferiori deve essere la più povera e mediocre possibile, in modo che la distanza creata dall’ignoranza tra le classi inferiori e le classi superiori sia e rimanga impossibile da colmare da parte delle inferiori” (vedi “Armi silenziose per guerre tranquille”).
8 – Stimolare il pubblico ad essere favorevole alla mediocrità. Spingere il pubblico a ritenere che sia di moda essere stupidi, volgari e ignoranti…
9 – Rafforzare il senso di colpa. Far credere all’individuo di essere esclusivamente lui il responsabile della proprie disgrazie a causa di insufficiente intelligenza, capacità o sforzo. In tal modo, anziché ribellarsi contro il sistema economico, l’individuo si auto svaluta e si sente in colpa, cosa che crea a sua volta uno stato di repressione di cui uno degli effetti è l’inibizione ad agire. E senza azione non c’è rivoluzione!
10 – Conoscere la gente meglio di quanto essa si conosca. Negli ultimi 50 anni, i rapidi progressi della scienza hanno creato un crescente divario tra le conoscenze della gente e quelle di cui dispongono e che utilizzano le élites dominanti. Grazie alla biologia, alla neurobiologia e alla psicologia applicata, il “sistema” ha potuto fruire di una conoscenza avanzata dell’essere umano, sia fisicamente che psichicamente. Il sistema è riuscito a conoscere l’individuo comune molto meglio di quanto egli conosca sé stesso. Ciò comporta che, nella maggior parte dei casi, il sistema esercita un più ampio controllo ed un maggior potere sulla gente, ben maggiore di quello che la gente esercita su sé stessa.
Noam Chomsky
Noam Chomsky
1 – La strategia della distrazione. L’elemento principale del controllo sociale è la strategia della distrazione che consiste nel distogliere l’attenzione del pubblico dai problemi importanti e dai cambiamenti decisi dalle élites politiche ed economiche utilizzando la tecnica del diluvio o dell’inondazione di distrazioni continue e di informazioni insignificanti.
La strategia della distrazione è anche indispensabile per evitare l’interesse del pubblico verso le conoscenze essenziali nel campo della scienza, dell’economia, della psicologia, della neurobiologia e della cibernetica. “Sviare l’attenzione del pubblico dai veri problemi sociali, tenerla imprigionata da temi senza vera importanza. Tenere il pubblico occupato, occupato, occupato, senza dargli tempo per pensare, sempre di ritorno verso la fattoria come gli altri animali (citato nel testo “Armi silenziose per guerre tranquille”).
2 – Creare il problema e poi offrire la soluzione. Questo metodo è anche chiamato “problema – reazione – soluzione”. Si crea un problema, una “situazione” che produrrà una determinata reazione nel pubblico in modo che sia questa la ragione delle misure che si desiderano far accettare. Ad esempio: lasciare che dilaghi o si intensifichi la violenza urbana, oppure organizzare attentati sanguinosi per fare in modo che sia il pubblico a pretendere le leggi sulla sicurezza e le politiche a discapito delle libertà. Oppure: creare una crisi economica per far accettare come male necessario la diminuzione dei diritti sociali e lo smantellamento dei servizi pubblici.
3 – La strategia della gradualità. Per far accettare una misura inaccettabile, basta applicarla gradualmente, col contagocce, per un po’ di anni consecutivi. Questo è il modo in cui condizioni socioeconomiche radicalmente nuove (neoliberismo) furono imposte negli anni ‘80 e ‘90: uno Stato al minimo, privatizzazioni, precarietà, flessibilità, disoccupazione di massa, salari che non garantivano più redditi dignitosi, tanti cambiamenti che avrebbero provocato una rivoluzione se fossero stati applicati in una sola volta.
4 – La strategia del differire. Un altro modo per far accettare una decisione impopolare è quella di presentarla come “dolorosa e necessaria” guadagnando in quel momento il consenso della gente per un’applicazione futura. E’ più facile accettare un sacrificio futuro di quello immediato. Per prima cosa, perché lo sforzo non deve essere fatto immediatamente. Secondo, perché la gente, la massa, ha sempre la tendenza a sperare ingenuamente che “tutto andrà meglio domani” e che il sacrificio richiesto potrebbe essere evitato. In questo modo si dà più tempo alla gente di abituarsi all’idea del cambiamento e di accettarlo con rassegnazione quando arriverà il momento.
5 – Rivolgersi alla gente come a dei bambini. La maggior parte della pubblicità diretta al grande pubblico usa discorsi, argomenti, personaggi e una intonazione particolarmente infantile, spesso con voce flebile, come se lo spettatore fosse una creatura di pochi anni o un deficiente. Quanto più si cerca di ingannare lo spettatore, tanto più si tende ad usare un tono infantile. Perché? “Se qualcuno si rivolge ad una persona come se questa avesse 12 anni o meno, allora, a causa della suggestionabilità, questa probabilmente tenderà ad una risposta o ad una reazione priva di senso critico come quella di una persona di 12 anni o meno (vedi “Armi silenziose per guerre tranquille”).
6 – Usare l’aspetto emozionale molto più della riflessione. Sfruttare l’emotività è una tecnica classica per provocare un corto circuito dell’analisi razionale e, infine, del senso critico dell’individuo. Inoltre, l’uso del tono emotivo permette di aprire la porta verso l’inconscio per impiantare o iniettare idee, desideri, paure e timori, compulsioni, o per indurre comportamenti…
7 – Mantenere la gente nell’ignoranza e nella mediocrità. Far si che la gente sia incapace di comprendere le tecniche ed i metodi usati per il suo controllo e la sua schiavitù. “La qualità dell’educazione data alle classi sociali inferiori deve essere la più povera e mediocre possibile, in modo che la distanza creata dall’ignoranza tra le classi inferiori e le classi superiori sia e rimanga impossibile da colmare da parte delle inferiori” (vedi “Armi silenziose per guerre tranquille”).
8 – Stimolare il pubblico ad essere favorevole alla mediocrità. Spingere il pubblico a ritenere che sia di moda essere stupidi, volgari e ignoranti…
9 – Rafforzare il senso di colpa. Far credere all’individuo di essere esclusivamente lui il responsabile della proprie disgrazie a causa di insufficiente intelligenza, capacità o sforzo. In tal modo, anziché ribellarsi contro il sistema economico, l’individuo si auto svaluta e si sente in colpa, cosa che crea a sua volta uno stato di repressione di cui uno degli effetti è l’inibizione ad agire. E senza azione non c’è rivoluzione!
10 – Conoscere la gente meglio di quanto essa si conosca. Negli ultimi 50 anni, i rapidi progressi della scienza hanno creato un crescente divario tra le conoscenze della gente e quelle di cui dispongono e che utilizzano le élites dominanti. Grazie alla biologia, alla neurobiologia e alla psicologia applicata, il “sistema” ha potuto fruire di una conoscenza avanzata dell’essere umano, sia fisicamente che psichicamente. Il sistema è riuscito a conoscere l’individuo comune molto meglio di quanto egli conosca sé stesso. Ciò comporta che, nella maggior parte dei casi, il sistema esercita un più ampio controllo ed un maggior potere sulla gente, ben maggiore di quello che la gente esercita su sé stessa.
Noam Chomsky
sabato 22 dicembre 2012
Dieci gravi errori di Monti e del suo governo
da @paolomadron
Natale, fine anno, tempo di bilanci. Specie adesso che Mario Monti si è dimesso. In attesa di scendere in campo dismettendo la casacca del tecnico o invece, ma questo lo sapremo ufficialmente domenica 23 settembre nel suo discorso alla nazione, decidere di non compiere quel gesto che sono in molti (noi compresi, nel nostro piccolo) a sconsigliare.
STABILITÀ, VASO DI PANDORA. Intanto, attorno a lui, dentro i palazzi del potere, le dimissioni hanno scatenato un liberi tutti le cui conseguenze si sono viste nel disegno di legge sulla Stabilità, che alla fine è diventato un vaso di Pandora dove è stato infilato dentro di tutto.
Alla faccia della spending review, del rigore, della sobrietà che dovevano essere le cifre connotanti di un esecutivo, malgrè soi, impantanatosi nella palude della partitocrazia.
Di seguito, quelli che a nostro avviso sono stati i 10 errori che più hanno inficiato l’azione di Monti, cui peraltro va il merito (ma glielo riconoscono tutti tranne una parte) di aver ridato all’Italia la perduta credibilità internazionale.
1. L’aver messo sin dall’inizio troppa carne al fuoco in un governo nato per rispondere a una ben precisa emergenza finanziaria, sulla cui onda il Paese rischiava il default. Il risultato è un pacchetto di riforme alcune delle quali (in primis quella del lavoro) si sono mostrate, oltre che complicate, inefficaci.
2. Non avere eletto la questione del debito pubblico come la più urgente da risolvere, mettendo in campo tutte le azioni (e le proposte in questo senso erano molte) per il suo contenimento e, in prospettiva, al sua drastica riduzione. Conseguenza: a ottobre l’ammontare di quel debito ha sfondato la soglia monstre dei 2 mila miliardi di euro, record di sempre.
3. Aver fatto molto sulla carta, ma poco nella realtà, per la riduzione della spesa pubblica, che del debito di cui sopra è il motore vorace. Anche qui, al di là del proclami, contano i numeri, che sono impietosi. Questo a fronte di una pressione fiscale, diretta e indiretta, la cui entità ha assunto dimensioni vessatorie.
4. Aver fatto poco o nulla per stimolare la crescita economica, che è una delle sottostanti fondamentali per avviare un percorso virtuoso sulla riduzione del debito. Il tanto sbandierato omonimo piano, la cui stima di intervento enfaticamente parlava di 80 miliardi, si è via via ridotto col passare dei mesi a ben poca cosa. Così, alla fine, non solo il Paese non è cresciuto ma ha registrato una performance peggiore di quelle dei principali partner dell’Eurozona.
5. Le liberalizzazioni. Poche, scadenti, spesso confuse o rimaste a metà. Da questo punto di vista ci si aspettavano grandi novità, non fosse altro che un governo tecnico, libero dalla preoccupazione del consenso, poteva agire infischiandosene dei rigurgiti corporativi. Dai taxi alle farmacie, ad altri settori della vita pubblica, così non è stato.
6. L’inefficacia dell’intervento sui costi della politica. Di questo per la verità il governo Monti non porta interamente la colpa, visto che la fine anticipata della legislatura ha determinato la sospensione dell’iter di provvedimenti (come la riduzione delle Province) che andavano nella giusta direzione. L’esecutivo però sul tema si è comunque mosso tardi, e solo quando gli scandali di mala spesa dei soldi pubblici da parte della politica hanno evidenziato l’improcrastinabilità del suo intervento.
7. Il ritardo con cui sono state affrontate fondamentali questioni di politica industriale, verso le quali da un lato il governo ha mostrato passività se non peggio inettitudine (la vicenda Fiat). Dall’altro, come nel caso Ilva, è intervenuto sull’esplodere della loro emergenza. Anche in materia di aziende pubbliche, Monti è sembrato troppo remissivo.
Non è intervenuto su Finmeccanica, anche alla luce degli scandali giudiziari che hanno investito l’azienda. È intervenuto, male, sulla Rai, cambiandone d’imperio i vertici ma lasciando intatto l’anomalo meccanismo di governance che ha reso la tivù di Stato esclusivo terreno di pascolo dei partiti.
8. Ha sbagliato nella scelta di alcuni ministri, Elsa Fornero su tutti. Di altri non ha saputo tenere a freno la smania di protagonismo, la tendenza a fare annunci poi rivelatisi intempestivi, quando non veri. In alcuni casi, e proprio il ministro del Lavoro è buon testimone, portatori di un’arroganza pari se non superiore alla loro sprovvedutezza.
9. L’aver avuto e reiterato l’Eurocrazia come unica stella polare, come se Monti non fosse il primo ministro degli italiani, ma il loro commissario straordinario per conto di Bruxelles e delle sue istituzioni. Ciò ha reso ancora più evidente quella perdita di sovranità che fu uno dei motivi, anzi, il principale, del suo arrivo a Palazzo Chigi. Insomma, il Professore ha sempre dato l’impressione che gli importasse più quanto pensavano Angela Merkel, Herman Van Rompuy, José Manuel Durão Barroso e compagnia che non i suoi concittadini.
10. L’aver ridotto la politica a una mera rendicontazione finanziaria, come se il cuore pulsante del Paese fosse stato sostituito da un algoritmo che ne catalizza tutte le energie e ne condiziona ogni mossa. Non importa se questo ha aperto laceranti ferite nel tessuto connettivo della nazione, percepita come qualcosa sacrificabile sull’altare di una visione accademica di un’Europa che è di là da venire.
Sabato, 22 Dicembre 2012
Natale, fine anno, tempo di bilanci. Specie adesso che Mario Monti si è dimesso. In attesa di scendere in campo dismettendo la casacca del tecnico o invece, ma questo lo sapremo ufficialmente domenica 23 settembre nel suo discorso alla nazione, decidere di non compiere quel gesto che sono in molti (noi compresi, nel nostro piccolo) a sconsigliare.
STABILITÀ, VASO DI PANDORA. Intanto, attorno a lui, dentro i palazzi del potere, le dimissioni hanno scatenato un liberi tutti le cui conseguenze si sono viste nel disegno di legge sulla Stabilità, che alla fine è diventato un vaso di Pandora dove è stato infilato dentro di tutto.
Alla faccia della spending review, del rigore, della sobrietà che dovevano essere le cifre connotanti di un esecutivo, malgrè soi, impantanatosi nella palude della partitocrazia.
Di seguito, quelli che a nostro avviso sono stati i 10 errori che più hanno inficiato l’azione di Monti, cui peraltro va il merito (ma glielo riconoscono tutti tranne una parte) di aver ridato all’Italia la perduta credibilità internazionale.
1. L’aver messo sin dall’inizio troppa carne al fuoco in un governo nato per rispondere a una ben precisa emergenza finanziaria, sulla cui onda il Paese rischiava il default. Il risultato è un pacchetto di riforme alcune delle quali (in primis quella del lavoro) si sono mostrate, oltre che complicate, inefficaci.
2. Non avere eletto la questione del debito pubblico come la più urgente da risolvere, mettendo in campo tutte le azioni (e le proposte in questo senso erano molte) per il suo contenimento e, in prospettiva, al sua drastica riduzione. Conseguenza: a ottobre l’ammontare di quel debito ha sfondato la soglia monstre dei 2 mila miliardi di euro, record di sempre.
3. Aver fatto molto sulla carta, ma poco nella realtà, per la riduzione della spesa pubblica, che del debito di cui sopra è il motore vorace. Anche qui, al di là del proclami, contano i numeri, che sono impietosi. Questo a fronte di una pressione fiscale, diretta e indiretta, la cui entità ha assunto dimensioni vessatorie.
4. Aver fatto poco o nulla per stimolare la crescita economica, che è una delle sottostanti fondamentali per avviare un percorso virtuoso sulla riduzione del debito. Il tanto sbandierato omonimo piano, la cui stima di intervento enfaticamente parlava di 80 miliardi, si è via via ridotto col passare dei mesi a ben poca cosa. Così, alla fine, non solo il Paese non è cresciuto ma ha registrato una performance peggiore di quelle dei principali partner dell’Eurozona.
5. Le liberalizzazioni. Poche, scadenti, spesso confuse o rimaste a metà. Da questo punto di vista ci si aspettavano grandi novità, non fosse altro che un governo tecnico, libero dalla preoccupazione del consenso, poteva agire infischiandosene dei rigurgiti corporativi. Dai taxi alle farmacie, ad altri settori della vita pubblica, così non è stato.
6. L’inefficacia dell’intervento sui costi della politica. Di questo per la verità il governo Monti non porta interamente la colpa, visto che la fine anticipata della legislatura ha determinato la sospensione dell’iter di provvedimenti (come la riduzione delle Province) che andavano nella giusta direzione. L’esecutivo però sul tema si è comunque mosso tardi, e solo quando gli scandali di mala spesa dei soldi pubblici da parte della politica hanno evidenziato l’improcrastinabilità del suo intervento.
7. Il ritardo con cui sono state affrontate fondamentali questioni di politica industriale, verso le quali da un lato il governo ha mostrato passività se non peggio inettitudine (la vicenda Fiat). Dall’altro, come nel caso Ilva, è intervenuto sull’esplodere della loro emergenza. Anche in materia di aziende pubbliche, Monti è sembrato troppo remissivo.
Non è intervenuto su Finmeccanica, anche alla luce degli scandali giudiziari che hanno investito l’azienda. È intervenuto, male, sulla Rai, cambiandone d’imperio i vertici ma lasciando intatto l’anomalo meccanismo di governance che ha reso la tivù di Stato esclusivo terreno di pascolo dei partiti.
8. Ha sbagliato nella scelta di alcuni ministri, Elsa Fornero su tutti. Di altri non ha saputo tenere a freno la smania di protagonismo, la tendenza a fare annunci poi rivelatisi intempestivi, quando non veri. In alcuni casi, e proprio il ministro del Lavoro è buon testimone, portatori di un’arroganza pari se non superiore alla loro sprovvedutezza.
9. L’aver avuto e reiterato l’Eurocrazia come unica stella polare, come se Monti non fosse il primo ministro degli italiani, ma il loro commissario straordinario per conto di Bruxelles e delle sue istituzioni. Ciò ha reso ancora più evidente quella perdita di sovranità che fu uno dei motivi, anzi, il principale, del suo arrivo a Palazzo Chigi. Insomma, il Professore ha sempre dato l’impressione che gli importasse più quanto pensavano Angela Merkel, Herman Van Rompuy, José Manuel Durão Barroso e compagnia che non i suoi concittadini.
10. L’aver ridotto la politica a una mera rendicontazione finanziaria, come se il cuore pulsante del Paese fosse stato sostituito da un algoritmo che ne catalizza tutte le energie e ne condiziona ogni mossa. Non importa se questo ha aperto laceranti ferite nel tessuto connettivo della nazione, percepita come qualcosa sacrificabile sull’altare di una visione accademica di un’Europa che è di là da venire.
Sabato, 22 Dicembre 2012
venerdì 21 dicembre 2012
Siete in grado di reggere?
Federica Salsi e Giovanni Favia non avevano "altre idee" su programmi o progetti da realizzare all'interno del Movimento Cinque Stelle: per quello esistono piattaforme locali che ogni gruppo utilizza per far emergere e poi votare le singole proposte, la maggior parte delle quali sono assolutamente sconosciute sia a Grillo che a Casaleggio. Per esempio, il gruppo del Movimento Cinque Stelle della Regione Lombardia sta costruendo il suo programma regionale online, oltre che le sue personali primarie, senza che nessuno ci metta becco (e nessuno li intervista). Anzi Grillo, a differenza di Bersani che organizza "parlamentarie" dove la maggior parte dei seggi sono già assegnati alla solita vecchia nomenclatura di partito, non conosce che pochissimi di quelli che si sono candidati alle Parlamentarie del Movimento Cinque Stelle e che poi hanno vinto.
Quello che la Salsi e Favia hanno fatto, con tutti i distinguo del caso, non era avere "altre idee" su programmi da proporre costruttivamente, ma era avere "altre idee" su cosa dovesse essere il Movimento, ovvero volevano farne un'altra cosa, forse più funzionale alle loro esigenze personali. Per esempio, immagino che il limite dei due mandati potesse andare stretto. O magari, la possibile realizzazione di strutture di potere intermedio, come organi dirigenziali che sarebbero presto diventati gangli distributori di prebende, benedizioni e scomuniche. Ma sopattutto, hanno definito Grillo, Casaleggio e il Movimento Cinque Stelle in tutti i modi possibili, da feroci dittatori a Scientology, passando per interviste "presumibilmente" rubate, a dichiarazioni spontanee, a ospitate su tutti i media compiacenti, alla faccia dell'uno vale uno. In un "partito", per molto meno e molto prima, sarebbero stati cacciati via a calci.
Già, perché in altri "partiti" non si viene cacciati perché si violano punti precisi dello statuto, ma anche solo perché si denunciano attività palesemente illegali del partito stesso, anche se si definisce "democratico" (come una certa democrazia d'altri tempi, mai estinta, si definiva "cristiana"), per le quali si verificano epurazioni di massa che al confronto le fosse ardeatine erano niente (con tutto il rispetto per le vittime di quella disgraziata parentesi storica). Oppure perché semplicemente, come è accaduto ad alcuni colleghi sindaci di Renzi, in Toscana, non si è d'accordo con il club di affari (quelli veri) che si scambiano le figurine per costruire la TAV.
Conti alla mano, gli attivisti del Movimento Cinque Stelle cui Grillo ha ritirato l'uso del simbolo saranno una decina o giù di lì. Il totale degli attivisti è invece di 250mila persone. Parliamo dello 0,004 per cento. Di cui neppure sono state richieste le dimissioni, perché continuano a fare il loro lavoro. Se fate attenzione, sono sempre loro: Favia, Salsi, Tavolazzi (ex Partito Comunista Italiano, tanto per capirci sul modo di intendere la gestione della politica), declinati dai media in tutte le salse e riproposti con interviste continue, ossessive, quasi quotidianamente. Abbiamo capito che loro "dissentono" ma, se me lo consentite, c'è dell'altro? Dopo vent'anni di Berlusconi e di democrazia violata a livello istituzionale, dopo trent'anni di Piano di Rinascita Democratica che ha palesemente raggiunto l'obiettivo di annullare ogni forma di opposizione, mediante un simulacro bipartitico che doveva "dare l'illusione della democrazia" (guardatevi Il Discepolo 1816), dopo tonnellate di vere epurazioni da parte di tutti i partiti di ogni ordine e grado, di cui la maggior parte "epurazioni a monte", cioè l'impossibilità stessa di tesserarsi se non si dimostra assoluta e cieca conformità ai valori della spartizione dei fondi e del potere, vassalleggiando a destra e a manca, adesso vuoi vedere che il problema fondamentale di tutti i media è quello 0,004 percento di persone allontanate in maniera trasparente, cioè mediante pubblicazione in rete e senza aspettare sagaci e costose inchieste ad orologeria di qualche giornalista con la schiena dritta, ma orientata a piacere?
Come mai tutta questa attenzione sconfinata verso lo 0,004% di un Movimento che ha fatto eleggere i suoi candidati al Parlamento, quando tutti gli altri hanno solo "nominati", e che ha rifiutato centinaia di milioni di euro in rimborsi elettorali, ragion per cui ora è chiaramente in affanno nella realizzazione dei progetti tecnici a sostegno (come le piattaforme di partecipazione condivise a livello nazionale, che arriveranno presto)? Qui non è questione di essere di parte, qui è questione di avere senso di equità e giustizia. E' questione di accendere quel residuo di capacità critica che 60 anni di televisione potrebbero non avere ancora annichilito del tutto e rimetterlo in funzione. Il Movimento Cinque Stelle è libero di stabilire i suoi progammi e i suoi rappresentanti in completa e totale autonomia. Ma è come un'autostrada: sei libero di farvi transitare sopra le merci che preferisci, di stabilire a che velocità andare e dove dirigerti, ma non puoi metterti a spaccare i guard rails, così come all'interno di una cellula esiste il libero scambio di elementi con l'esterno, secondo i principi dell'osmosi, ma esiste comunque una membrana che la identifica e non la puoi smantellare a tuo piacimento senza uccidere la cellula stessa e il suo dna interno.
Guardate e fate vedere il video qui sotto a tutti: se non siete completamente disonesti, soprattutto con voi stessi, non potrete riconsiderare le cose nella loro giusta prospettiva.
Quando tre anni fa è nato il Movimento Cinque Stelle, si era prefisso uno scopo: arrivare in Parlamento. Mancano due mesi. Mi rivolgo ai suoi attivisti e ai suoi simpatizzanti (tra questi ultimi mi annovero io). Avete la forza psicologica di reggere alla carica dei due minuti di odio orwelliani che il sistema vi sta rovesciando addosso? Perché se non ce l'avete, allora mollate tutto e lasciate pure l'Italia com'è, nelle mani di quelli che l'hanno portata al punto in cui ci troviamo oggi.
L'insostenibile pesantezza di Monti
Un'occhiata ai sondaggi
http://www.tzetze.it/2012/12/infografica-pd-pdl-m5s-sondaggi-elettorali-a-confronto.html
e un'occhiata www.beppegrillo.it
La legge finanziaria per il 2013 si chiama Legge di stabilità. E' scritto da dei pazzi in libertà. Chi la legge rischia l'insanità mentale. Un esempio tra i tanti, l'inizio del comma 11 dell'articolo "Finanziamento di esigenze indifferibili": "Al fine di finanziare interventi di natura assistenziale in favore delle categorie di lavoratori di cui gli articoli 24, commi 14 e 15, del decreto legge 6 dicembre 2011, n, 201, convertito, con modificazioni, dalla legge 22 dicembre 2011, n.214, 6. comma 2-ter, del decreto legge 29 dicembre 2011, n. 216, convertito con modificazioni, dalla legge 24 febbraio 2012, n. 14 e 22 del decreto legge 6 luglio 2012, n. 95, convertito con modificazioni, dalla legge 7 agosto 2012, n. 135... ". Ieri sera, la Legge è stata approvata dalla Commissione di Bilancio del Senato con le opportune modifiche dell'ultim'ora per amici, parenti, lobby e quant'altro. La scrittura del Testo pur nella sua oscurità montiana, nel suo stile kafkiano, nella sua neolingua propria dei burosauri, non riesce a rendere il minestrone legislativo di Rigor Montis del tutto intellegibile. Qualcosa trapela, dagli indizi si riesce a dedurre qualche dato. E quello che si capisce è sconvolgente. Tagli alla Sanità, articolo "Razionalizzazione e riduzione della spesa nel settore sanitario", comma 2, ridotti di 600 milioni per il 2013 e 1.000 milioni di euro a partire dal 2014. Tagli necessari per finanziare l'editoria fallita, con un incremento di 40 milioni rispetto all'anno precedente, e l'inutile Tav in Val di Susa, con due miliardi e 200 milioni in 15 anni. I fondi per le Università sono stati incrementati di soli 100 milioni contro i 400 previsti e per risparmiare si spengono anche i lampioni, si torna ai secoli bui, articolo "Riduzione di spese delle pubbliche amministrazioni", comma 25, punto a, "Spegnimento dell'illuminazione ovvero suo affievolimento, anche automatico, attraverso appositi dispositivi, durante tutte o parte delle ore notturne" per favorire la criminalità. Imperdibile all'articolo "Finanziamento di spese indifferibili", comma 2, punto f, il "Fondo Speciale per lo Sviluppo della Banca per lo Sviluppo dei Caraibi per complessivi euro 4.753.000...". Fondamentale per lo sviluppo economico del Paese l'avvio immediato delle gare per nuove sale da gioco per rimpinguare la finanza pubblica. Meno salute, meno istruzione, più cemento, più Stato biscazziere, più pennivendoli a pagamento. Questa è la finanziaria dello Statista che tutte le banche ci invidiano. Ci vediamo in Parlamento. Fuori o dentro sarà un piacere.
Ps: I cittadini contribuenti, sono loro a pagare la Finanziaria, hanno diritto a un documento comprensibile, di non più di dieci pagine, con nuove spese, tagli e motivazioni in termini di ritorni sociali e economici di ogni articolo. Troppo complicato per il governo dei tecnici?
mercoledì 19 dicembre 2012
La delega a vita
Sono stupito dallo stupore col quale viene accolta la notizia
dell’espulsione di alcuni militanti dal M5S da parte del proprietario
del movimento. Non capisco perchè si gridi allo scandalo, perchè si
richiamino concetti come la democrazia. Forse perchè siamo di fronte
alla fine di qualcosa che assomiglia molto ad un’illusione alla quale
proprio non vogliamo rassegnarci.
Siamo proprio strani. Invece di essere contenti perchè i fatti che stanno avvenendo, diradando la nebbia ci permettono di leggere chiaramente la realtà, siamo tutti in allarme, sfiduciati, se non in preda al panico. Si è rotto l’incantesimo, ancora una volta è svanita l’illusione, come era normale che avvenisse e noi siamo lì a disperarci. Quale illusione? Quella di continuare a pensare (cambiando sigle, metodi, approcci, leader e tecnologie) che delegare i propri problemi a qualcuno, considerato più o meno affidabile dei concorrenti in campo, sia di per sè una soluzione. Pensavamo di poter evitare ancora una volta i sacrifici e invece dobbiamo ricominciare tutto daccapo è questo ci frustra.
Non vogliamo proprio metterci in testa che si può cambiare solamente agendo quotidianamente nel nostro piccolo mondo, sacrificando un pò del nostro tempo, dei nostri soldi, delle nostre idee, delle nostre passioni per un’idea, un obiettivo, uno scopo molto piccolo e molto vicino a noi. Non vogliamo capire che la politica, l’ambiente, il lavoro, la salute, la cultura non sono argomenti a camere stagne da delegare a qualcuno ma sono eventi che attraversano le nostre vite e che se non ce ne interessiamo in prima persona non lo farà nessun altro per noi.
Non ce lo vogliamo mettere in testa perchè siamo un popolo perennemente immaturo e inadeguato. Viviamo nel 2012 ma con una mentalità da fine ’800 che ci impedisce di uscire fuori da schemi tanto consolidati quanto obsoleti. Non abbiamo alcuna voglia di fare sacrifici, non abbiamo un barlume di idea, non abbiamo un metodo, non abbiamo fiducia reciproca e continuiamo a delegare tutto ad altri da cui pretendiamo poi onestà, correttezza, responsabilità, democrazia, lealtà, tutte qualità che non ci appartengono. Agli ambientalisti deleghiamo l’ambiente, ai geometri il paesaggio, ai politici il lavoro, ai medici la salute, ai sacerdoti la religione, alla scuola l’educazione e così via.
La nostra è una delega a vita. Abbiamo bisogno di una balia per muovere qualsiasi passo ma soprattutto abbiamo bisogno di un carnefice a cui addossare tutte le colpe, tutte le responsabilità per la nostra incapacità o ignavia, abbiamo bisogno di vestire, da perfetti immaturi, i panni delle vittime.
Un Paese che si lamenta è un Paese che non vuole cambiare, questa è l’Italia. Chi vuole cambiare agisce, chi non vuole cambiare si lamenta, va alla ricerca di cavilli, di nemici, ha bisogno di creare problemi.
C’è una parte, una grossa parte, di questa nazione che si alza ogni mattina per cambiarla e ce n’è un’altra che si alza la mattina per chiosare, denigrare, ostacolare ciò che fa la parte che agisce. E’ come se le persone che si trovano su una barca remassero ciascuna per conto proprio, la barca gira su se stessa.
Se non ci decidiamo una volta per tutte a prendere in mano il nostro destino lo farà qualcun altro e non sarà particolarmente attento ai nostri bisogni ed alle nostre esigenze.
Non sono solo i partiti ad essere al capolinea ma il concetto, o per meglio dire l’artificio, della “democrazia rappresentativa” che ha fin qui regolato i rapporti tra gli individui e che non funziona più perchè il mondo è cambiato, i bisogni delle persone sono cambiati, il modello e gli strumenti che hanno regolato fin qui i nostri rapporti è cambiato. Il problema siamo noi, sempre più uguali a noi stessi.
Massimiliano Capalbo
Siamo proprio strani. Invece di essere contenti perchè i fatti che stanno avvenendo, diradando la nebbia ci permettono di leggere chiaramente la realtà, siamo tutti in allarme, sfiduciati, se non in preda al panico. Si è rotto l’incantesimo, ancora una volta è svanita l’illusione, come era normale che avvenisse e noi siamo lì a disperarci. Quale illusione? Quella di continuare a pensare (cambiando sigle, metodi, approcci, leader e tecnologie) che delegare i propri problemi a qualcuno, considerato più o meno affidabile dei concorrenti in campo, sia di per sè una soluzione. Pensavamo di poter evitare ancora una volta i sacrifici e invece dobbiamo ricominciare tutto daccapo è questo ci frustra.
Non vogliamo proprio metterci in testa che si può cambiare solamente agendo quotidianamente nel nostro piccolo mondo, sacrificando un pò del nostro tempo, dei nostri soldi, delle nostre idee, delle nostre passioni per un’idea, un obiettivo, uno scopo molto piccolo e molto vicino a noi. Non vogliamo capire che la politica, l’ambiente, il lavoro, la salute, la cultura non sono argomenti a camere stagne da delegare a qualcuno ma sono eventi che attraversano le nostre vite e che se non ce ne interessiamo in prima persona non lo farà nessun altro per noi.
Non ce lo vogliamo mettere in testa perchè siamo un popolo perennemente immaturo e inadeguato. Viviamo nel 2012 ma con una mentalità da fine ’800 che ci impedisce di uscire fuori da schemi tanto consolidati quanto obsoleti. Non abbiamo alcuna voglia di fare sacrifici, non abbiamo un barlume di idea, non abbiamo un metodo, non abbiamo fiducia reciproca e continuiamo a delegare tutto ad altri da cui pretendiamo poi onestà, correttezza, responsabilità, democrazia, lealtà, tutte qualità che non ci appartengono. Agli ambientalisti deleghiamo l’ambiente, ai geometri il paesaggio, ai politici il lavoro, ai medici la salute, ai sacerdoti la religione, alla scuola l’educazione e così via.
La nostra è una delega a vita. Abbiamo bisogno di una balia per muovere qualsiasi passo ma soprattutto abbiamo bisogno di un carnefice a cui addossare tutte le colpe, tutte le responsabilità per la nostra incapacità o ignavia, abbiamo bisogno di vestire, da perfetti immaturi, i panni delle vittime.
Un Paese che si lamenta è un Paese che non vuole cambiare, questa è l’Italia. Chi vuole cambiare agisce, chi non vuole cambiare si lamenta, va alla ricerca di cavilli, di nemici, ha bisogno di creare problemi.
C’è una parte, una grossa parte, di questa nazione che si alza ogni mattina per cambiarla e ce n’è un’altra che si alza la mattina per chiosare, denigrare, ostacolare ciò che fa la parte che agisce. E’ come se le persone che si trovano su una barca remassero ciascuna per conto proprio, la barca gira su se stessa.
Se non ci decidiamo una volta per tutte a prendere in mano il nostro destino lo farà qualcun altro e non sarà particolarmente attento ai nostri bisogni ed alle nostre esigenze.
Non sono solo i partiti ad essere al capolinea ma il concetto, o per meglio dire l’artificio, della “democrazia rappresentativa” che ha fin qui regolato i rapporti tra gli individui e che non funziona più perchè il mondo è cambiato, i bisogni delle persone sono cambiati, il modello e gli strumenti che hanno regolato fin qui i nostri rapporti è cambiato. Il problema siamo noi, sempre più uguali a noi stessi.
Massimiliano Capalbo
martedì 18 dicembre 2012
ME-MMT e M5S
di Paolo Barnard
Parlo alle persone del Movimento Cinque Stelle, vi parlo come Paolo Barnard ma soprattutto a nome della Mosler Economics MMT.
Voglio veramente chiudere una questione, o, se accadrà, aprirla con
voi. L’incipit di questa lettera è duretto, ma solo per fini di memoria
storica. Poi arriviamo alla sostanza.
Diverso tempo fa a Bologna il noto grillino Giovanni Favia mi incontra in una gelateria e mi dice “Salve Barnard, lei sa chi sono?”. Rispondo: “Sì”. Favia riprende: “Noi tutti seguiamo il suo lavoro”.
Ringrazio e fine. Da allora la sequela di contatti con esponenti del
M5S è diventata un fiume, una fiumana. Mi hanno scritto, mi hanno
fermato ai miei convegni, in numeri che ormai saranno centinaia di M5S
chiedendomi, richiedendomi, supplicandomi in diversi di casi, di portare
la ME-MMT nel loro movimento. La mia risposta è sempre stata questa: “No,
siete una manica di inauditi deficienti che hanno l’indipendenza di
pensiero dei Testimoni di Geova. Da voi comanda Casaleggio, voi siete
delle intontite nullità strumentali al suo progetto commerciale”.
Sono
parole sprezzanti e respingenti come poche, lo ammetto appieno. Però ne
sono sempre stato convinto. Addirittura scrissi un finto post di offerta
a Grillo di un Ministero dell’Economia ombra con tutti i nostri
esperti, certo del suo silenzio e per dimostrare che quell’uomo non è
libero di considerare nulla che non sia Casaleggio-friendly, neppure una
discussione con un autorevole movimento di macroeconomisti
internazionali su un tema vitale come l’economia in questa crisi
orrenda.
Ma gli
aderenti al M5S non si sono arresi. Continuano a contattarmi, e,
soprattutto, la cosa che non mi può lasciare indifferente è che
continuano a insistere che “non è vero, siamo in tantissimi
nel M5S con una dignità, con un cervello pensante, e con distanza
critica da Grillo e da Casaleggio”.
Qui io
vado in crisi. L’idea che l’arroganza mi abbia, in questo caso, preso e
accecato su un comportamento profondamente ingiusto verso molte persone
mi tormenta, lo dico qui con sincerità. Ma peggio: l’idea che una mia
arroganza stia impedendo a molte persone impegnate di usufruire
dell’economia salva vite e salva nazione che è la ME-MMT non mi è tollerabile. E allora, cari M5S, ora facciamo la cosa giusta.
L’onere della prova sta dalla vostra parte.
Grillo
non ha alcuna idea che neppure si qualifichi come idea per salvare il
Paese dalla più grave crisi economica dal 1948 a oggi, che significa
crisi della democrazia come mai dal 1948 a oggi. Il vostro movimento non
ha un singolo tecnico in grado domattina di gestire un’asta di titoli, domattina
di controllare un tasso di sconto, di capire e fermare un Target 2 che
può far saltare le banche italiane con tutti i correntisti, o come
rispondere agli obblighi delle Outright Monetary Transactions della BCE.
Non avete un singolo economista in grado domattina di
implementare un programma di piena occupazione, di liquidare la Fiat e
gli altri parassiti dell’economia italiana, di usare la moneta per i
servizi pubblici, di garantire che i mutui stiano a un tasso vicini allo
zero. Di contrastare il golpe finanziario dei Trattati europei con le
loro migliaia di pagine di cavilli legali. Non scherziamo, no! Qui si
parla della vita di milioni di italiani, che va gestita la mattina dopo che siete entrati in parlamento. Con cosa farete tutto questo? Con gli sbraiti di Grillo? E gli elettori cosa vi diranno poi?
Allora ecco: Paolo Barnard, Warren Mosler, Alain Parguez, Mathew Forstater, il Programma ME-MMT di Salvezza Economica Nazionale e 100 anni di macroeconomia di livello mondiale, con tutto il gruppo italiano della ME-MMT, sono a vostra disposizione. Va bene, ok.
Dimostrateci ora che siete “in tantissimi nel M5S con una dignità, con un cervello pensante, e con distanza critica da Grillo e da Casaleggio”.
Portateci i vostri leader regionali, i vostri candidati, la vostra
militanza, riuniteli tutti, con Grillo o senza Grillo, affittate una
sala, pagate le spese, e noi saremo lì per voi a porvi gli strumenti per
governare la cosa che governa tutto nella democrazia, cioè l’economia.
Aspettiamo l’invito, la lista dettagliata di chi fra i vostri leader
saranno presenti, chi fra i vostri candidati, e quanti aderenti al M5S
parteciperanno. Con Beppe o senza Beppe.
Poi, qualsiasi cosa accadrà da ora, avremo appianato per sempre la questione, in una direzione o nell’altra. Grazie
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