lunedì 24 dicembre 2012

Il sistema sta cercando di aprire una breccia nel Movimento

di Paolo Crecchi (crecchi@ilsecoloxix.it)

Sarà il faccione barbuto di Beppe Grillo a campeggiare nei cartelloni del Movimento Cinque Stelle, nei giorni roventi della prossima campagna elettorale, anche se il Vate di Sant’Ilario non diventerà mai presidente del consiglio. A spiegare perché è Paolo Becchi, professore di filosofia del diritto a Giurisprudenza e intellettuale d’area, si sarebbe detto una volta: «I partiti e i gruppi politici che si candidano a governare», spiega citando l’articolo 14 bis del cosiddetto Porcellum, «depositano il programma elettorale nel quale dichiarano il nome e cognome della persona da loro indicata come capo della forza politica. Non premier, capo: le stesse parole usate da Grillo all’indomani del trionfo siciliano, quando spiegò che la sua figura sarebbe stata quella del garante».
Una mossa geniale ma del resto, dal punto di vista del marketing, il duo Grillo & Casaleggio sono dei maestri. Becchi è qualcosa di più, però, docente universitario di pensiero lucido, specializzato in temi scabrosi come eutanasia, clonazione, morte cerebrale. Solo una persona curiosa e intellettualmente onesta come lui poteva scovare quello che pensava Norberto Bobbio, e dunque un padre della patria, a proposito della tanto vituperata democrazia diretta. Utopia? Ma certo, «salvo a fare l’ipotesi (e non escludo che un giorno ci si arrivi) di un immenso computer cui ogni cittadino, standosene a casa o andando al più vicino terminal, possa trasmettere il suo voto premendo un bottone». Il grande filosofo lo scriveva nel 1976, in un saggio pubblicato da Einaudi dal titolo oggi improponibile, «Quale socialismo?».

 Difficile continuare a bollare il Movimento come antipolitico, dunque, se si considera che Bobbio - al di là di qualche scivolone, come l’orgogliosa professione di fascismo esternata per lettera a Mussolini allo scopo di ottenere una cattedra - è sempre stato considerato un punto di riferimento per la democrazia. «Io non li conoscevo, Grillo e Casaleggio. Mai parlato con nessuno dei due. Poi mi telefona uno dei Cinque Stelle e mi chiede se può farmi un’intervista. Quando vuole, rispondo. Le domande sono sul governo Monti, sull’euro, sui modelli alternativi di sviluppo. Domande intelligenti, che presuppongono una preparazione. Credo che non troveremo mai una Minetti nel Movimento, e già questo è qualcosa». Il professor Becchi parla nell’ufficio che fu di Giovanni Tarello, il filosofo del diritto scomparso a soli 52 anni per un tumore ai polmoni. Ricorda sospirando come nei cassetti e sugli scaffali continuassero a essere ritrovate, fino a pochi anni fa, stecche di Gauloises blu. «Grillo e i suoi», riflette, «sono molto legati ai bisogni del territorio. Hanno occupato il posto di un ecologismo che in Italia non c’è mai stato, o quanto meno non è mai stato degnamente interpretato dai Verdi. Oggi rappresentano tutto meno che l’antipolitica, anzi sono la massima espressione della voglia di far politica. Vedete, la tanto sbandierata democrazia rappresentativa è un feticcio, ha partorito una classe dirigente convinta che la sua sia una professione. Avete presente Montaldo, l’assessore regionale alla sanità? Ha sempre fatto l’assessore, anche in Comune, crede che il suo mestiere sia quello di fare l’assessore. Sarà meglio oppure no un gruppo di lavoro che elabora una proposta di legge confidando su esperti, studi, ricerche e poi l’affida a un politico a tempo, che funziona da portavoce?».

 Secondo Becchi la legge elettorale in via di elaborazione ha l’unico scopo di fermare il Movimento. «C’è in giro un malessere diffuso, ci si comincia a rendere conto che la politica di Monti e la subalternità all’euro hanno bruciato i destini di almeno due generazioni. E la partitocrazia anziché riflettere su se stessa studia come fermare Grillo, ha compreso che se arriva al 25 o 30 per cento il premio di maggioranza è suo... Secondo me la legge elettorale non la cambiano più, però. Il centrodestra è imploso, al limite potrebbe favorire soltanto Bersani: gli altri non ci staranno mai».

 «Dicono che nel Movimento non c’è democrazia. Ma a parte il fatto che i militanti hanno una testa, e sicuramente migliore di quella delle varie Minetti che ci hanno governato di recente, com’è che tutti parlano della Salsi a Bologna e nessuno di Bugani, uno che dalla mattina alla sera fa quello che gli è stato chiesto dagli elettori anziché andare a perdere tempo in televisione? Lo spiego io: perché il sistema sta cercando di aprire una breccia nel Movimento. Pensate a Santoro, Floris, Vespa senza gli attori del teatrino. Cosa fanno? E pensate agli attori del teatrino che vanno a pavoneggiarsi in televisione mentre gli altri lavorano in Parlamento. Finisce un’era, capite»?

 Becchi sostiene che «se la Rete incontra la piazza allora Napolitano Primo lo sente eccome, il boom». Un presidente della Repubblica che ha già deciso come deve andare, «perché nella loro testa sono il capo dello stato e i partiti che devono legittimare il governo, mica i cittadini. Così Monti non deve candidarsi, perché la sua eventuale legittimazione passerà attraverso gli accordi di palazzo».

 Cinquantasei anni, una barba bianca d’altri tempi, il Movimento si è trovato in casa un ideologo più presentabile di Casaleggio, personaggio che resta ambiguo e ogni tanto scivola nel visionario. «Alla peggio, in parlamento ci sarà una grande forza di opposizione. Qualcosa cambierà comunque: io li voto.».

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