venerdì 23 maggio 2008

Una giustizia a pezzi in un Paese spaccato

«Bisogna far sistema». Questa ricetta, con cui in genere le economie decollano e i paesi si sviluppano, trova da noi un’applicazione tipicamente all’italiana. Consiste nella capacità inesauribile di stabilire reti di complicità e connivenze tra politici, esponenti professionali e istituzionali, faccendieri e malavitosi, con un unico scopo: saccheggiare i beni e le risorse pubbliche. Anche grazie alle rivelazioni emerse dalle inchieste più recenti, il sistema meridionale del malaffare, dei partitifamiglia – formula di grande successo in Sicilia, Calabria, Basilicata, Campania, Puglia, Molise – sono macchine oleatissime con cui si smistano i fondi nazionali ed europei, si assegnano gli appalti, si decide la fortuna o la sfortuna nelle carriere pubbliche, a cominciare dalla magistratura. E mette in primo piano le vere forze che «fanno girare» il paese, condannandolo all’inefficienza dei servizi, agli scempi ambientali e al declino inarrestabile della sua economia. Di queste forze, dopo le scoperte pionieristiche del pool di Milano, Roba Nostra offre la radiografia più aggiornata. Nuovi capibastone politici, tangentisti della prima e della seconda Repubblica, massoni riuniti in fantasiose logge, affaristi devoti della Compagnia delle Opere, clan familiari che sperimentano le tecniche più spietate per garantirsi il controllo di tutto ciò che è pubblico in intere regioni: dalla sanità all’istruzione, ai cosiddetti incentivi per lo sviluppo. E' la saga italiana delle «mani sporche».
Ma chi pensa che farsi i fatti propri e non aver mai messo piede in un tribunale basti a non scontare l'inefficienza del sistema giudiziario italiano si sbaglia. Il crac della giustizia insegue tutti i cittadini fin dentro casa e invade la loro vita .
Un sistema crollato. Un viaggio capillare da Nord a Sud nelle aule giudiziarie, nei corridoi dei tribunali, nei bilanci ministeriali, nel lavoro di magistrati, avvocati, del personale amministrativo, nella perversione e nella proliferazione di leggi che sono fatte ad arte per aggravare questo stato di cose. Viviamo in uno dei Paesi con la più elevata spesa pubblica nel settore della giustizia, una macchina giudiziaria che consuma più di 7,7 miliardi di euro l'anno, eppure nei tribunali mancano le penne, la carta, i computer, l'inchiostro per le stampanti, le fotocopiatrici. Abbiamo lo stesso numero di giudici, eppure in Italia i processi durano più a lungo che in ogni altro Paese d'Europa. Una media di cinque anni per decidere se qualcuno è colpevole o innocente. Sette anni e mezzo per un divorzio. Due anni per un licenziamento in prima istanza. Otto per dare ragione o torto in una causa civile.
Una lentezza e un'inefficienza che il cittadino paga anche quando stipula un mutuo o accende un conto in banca a condizioni più onerose che nel resto d'Europa; quando si imbatte nelle difficoltà di recuperare un credito; quando subisce un infortunio sul lavoro; quando sconta l'inefficienza delle condanne. Basti pensare che ogni anno nelle carceri italiane entrano 90.000 persone e ne escono 88.000 e che a Milano due mani mutilate sul lavoro valgono 200.000 euro meno che a Roma.

giovedì 22 maggio 2008

ARIDATECE LA DICI

La raccomandazione in Sicilia sembra diventata come il peccato originale: ti macchia sin dalla nascita. Appena una persona entra in contatto con le istituzioni, deve subito trovare una spintarella. A partire dall’iscrizione all’asilo. Il nuovo record nell’Italia delle scorciatoie è in una richiesta schedata secondo i dati anagrafici dell’interessato. Età? Poco meno di cinque anni. Favore domandato: ottenere la preiscrizione in una scuola materna, dove dominano le liste d’attesa. Il tutto inoltrato all'attenzione dell’uomo più potente della Provincia di Catania, Raffaele Lombardo, appena diventato governatore della Sicilia.
Su e-mule un giornalista siciliano ha scoperto questo file impressionante, dove sono schedate centinaia e centinaia di richieste di favori: chi invoca un posto di lavoro, chi una promozione, chi un trasferimento e persino chi, situazione molto drammatica, un trapianto di rene. Un archivio sistematico, destinato a trasformarsi in pacchetti di voti.
Alle prime anticipazioni, diffuse dal “Corriere della Sera”, Lombardo ha reagito incaricando l’avvocato Antonio Fiumefreddo di querelare. Per il legale si tratta «dell’ultimo tentativo, in ordine di tempo, di screditare l’immagine e la dignità di Lombardo». Nulla, però, viene detto sulla veridicità di quei file, nonostante l’invito rivolto alla magistratura di fare chiarezza sulla vicenda. I dati spaziano nell’arco temporale che va dal 2006 all’inizio del 2007 e in quell’archivio c’è un po’ di tutto. Funzionari della Dia, finanzieri e carabinieri che chiedono il trasferimento a Catania, giovani precari in cerca di un posto nei call center. C’è il giardiniere che aspira a cambiare mansione e i giovani laureati in economia e commercio che devono superare l’esame da commercialista. Nelle loro schede sono riportati anche i nomi degli esaminatori. Numerose anche le segnalazioni nel settore sanità.
Complessivamente, alcune centinaia le suppliche per la ricerca di un posto di lavoro o di un qualche “accomodamento”. Il criterio di catalogazione è ferreo: per ogni scheda viene riportato il nominativo segnalato, il recapito telefonico, la qualifica professionale o gli studi. Nelle colonne a destra vengono riportati i nomi dei responsabili del “procedimento raccomandativo” e l’esito dello stesso. In molti casi viene riportata la dizione “negativo”. Ma chi sono gli uomini e le donne che, prendendo in carico l’esito dei vari “procedimenti”, avrebbero portato acqua al mulino elettorale di Lombardo? Si va da una nutrita schiera di deputati regionali di ogni partito agli ex manager regionali (tra loro anche Elio Rossitto, ex consulente dello scomparso Rino Nicolosi, presidente della Sicilia alla fine degli anni Ottanta), per arrivare a un pittoresco quanto misterioso “Gino dei polli”.
Insomma, adesso ci sono i computer ma rimane valida una sola regola: se vogliamo che tutto resti come è, bisogna che tutto cambi. Via Cuffaro, ecco Lombardo con il suo partito federalista meridionale Mpa: i metodi però non sembrano affatto nuovi.

IL NUCLEARE OGGI

Nel 1959 fu costruito il primo reattore di ricerca ad Ispra (Varese). Gli investimenti ed il favore dell'opinione pubblica nei confronti dell' iniziativa furono notevoli tanto che nel 1966 si raggiunse una produzione di 3,9 miliardi di kWh: l'Italia era il terzo produttore al mondo di energia elettrica di origine nucleare. Il ciclo espansivo si chiuderà con l' attivazione della centrale di Caorso (Piacenza) nel 1980.
Ma fu nel 1986 con l' esplosione di un reattore della centrale nucleare di Chernobyl che nacque un vero e proprio atteggiamento critico nei confronti dell' energia nucleare. In Italia fu bloccata l' attuazione di una parte del Piano Energetico Nazionale che prevedeva l'apertura di cantieri per nuove centrali nucleari.
L'8 novembre 1987 si svolsero tre referendum sul nucleare: la maggioranza degli italiani che andò alle urne votò per il «Sì», abrogando una serie di norme e orientando le successive scelte dell' Italia in ambito energetico verso una direzione di sfavore nei confronti del nucleare. I 3 quesiti riguardavano normative relative alla localizzazione degli impianti, l'abrogazione del compenso ai comuni che ospitavano centrali nucleari o a carbone, e il divieto all’Enel, allora azienda di Stato, di partecipare ai progetti nucleari anche all’estero. Comunque sia con il referendum abrogativo del 1987 è stato «di fatto» sancito l'abbandono da parte dell' Italia del ricorso al nucleare come forma di approvvigionamento energetico.
Resta ancora da completare il totale smantellamento, la rimozione e la decontaminazione di strutture e componenti degli impianti nucleari in Italia. Sia delle centrali nucleari ex-Enel, sia degli impianti del ciclo del combustibile ex-Enea: il governo ha affidato il compito dello smantellamento alla Sogin.
L'energia nucleare è indispensabile a livello internazionale, ma in Italia è difficile "ripartire da zero" perché il referendum di 21 anni fa e la politica che ne è scaturita hanno cancellato le infrastrutture materiali e immateriali che ora renderebbero possibile una ripresa nell'immediato del nucleare. A sottolinearlo è Adolfo Battaglia, ministro dell'Industria ai tempi del referendum dell' '87, strenuo difensore dell'energia atomica. "Una scelta seria per il nucleare passa per una serie di fattori: prima di tutto l'esistenza di una classe tecnica formata negli anni precedenti e che invece in Italia è scomparsa; poi la presenza di istituti di controllo che oggi non ci sono più; infine il raggiungimento di intese internazionali". "Una ripresa del nucleare è indispensabile nel mondo ma passa per scelte internazionali comuni. E' a questo che l'Italia deve dedicarsi. Perché è necessaria una politica di intese europee ed internazionali, ad esempio per la scelta dei reattori o per la soluzione del problema delle scorie". Per il referendum e "per le posizioni dei partiti che ne sono conseguite", in Italia "non abbiamo più niente".
Oltre millecinquecento tra docenti universitari e ricercatori hanno invece sottoscritto un appello "ai candidati alla guida del Paese nelle elezioni politiche 2008" per chiedere che venga messa da parte tanto la tentazione del nucleare, quanto il ritorno al carbone. "Riteniamo che l’opzione nucleare non sia opportuna per molti motivi: necessità di enormi finanziamenti pubblici, insicurezza intrinseca della filiera tecnologica, difficoltà a reperire depositi sicuri per le scorie radioattive, stretta connessione tra nucleare civile e militare, esposizione ad atti di terrorismo, aumento delle disuguaglianze tra paesi tecnologicamente avanzati e paesi poveri, scarsità di combustibili nucleari. Sollecitiamo pertanto chi guiderà il prossimo Governo a sviluppare l'uso delle fonti di energia rinnovabile: eolica, geotermica, idroelettrica e, in particolare, solare nelle varie forme in cui può essere convertita: energia termica ed elettrica, combustibili artificiali, biomasse. Il Sole, infatti, è una stazione di servizio inesauribile che in un anno invia sulla Terra una quantità di energia pari a diecimila volte il consumo mondiale..."

NON CI SI PUO' FIDARE

Una piccola legge «ad personam», cioè tesa a favorire il presidente del Consiglio, era stata inserita nel decreto legge per la sicurezza, dunque pronta ad entrare in vigore subito dopo l'approvazione da parte del Consiglio dei ministri di ieri. Prevedeva la possibilità a chi è imputato per reati commessi prima del 31 dicembre 2001 di sospendere il processo per due mesi in modo da valutare se accedere al patteggiamento.
Silvio Berlusconi è sotto processo a Milano con l’accusa di corruzione dell'avvocato David Mills, anche se Antonio Ghedini, legale del premier e, quale parlamentare Pdl, coautore della norma, ha smentito che il Cavaliere miri al patteggiamento.
La leggina è poi scomparsa dalla versione definitiva del decreto sicurezza, ma è comparso qualcos'altro, e chi si domandava se esistesse ancora col nuovo governo Berlusconi un problema di conflitto d’interessi, ha trovato la risposta.
E' un solo articolo diviso in cinque comma che, all’interno di un decreto salvainfrazioni, punta ad evitare il deferimento dell'Italia davanti alla Corte di Giustizia europea nell'ambito della procedura avviata dalla Commissione di Bruxelles nel 2006 sulla compatibilità di alcune norme della legge Gasparri con le direttive comunitarie. Con l’emendamento si modifica il sistema delle licenze tv, sostituito con un meccanismo di autorizzazione generale, sufficiente a giustificare l'attuale compravendita delle frequenze. Il testo stabilisce inoltre che chi ne ha titolo può continuare a trasmettere fino al termine previsto per il passaggio definitivo al digitale terrestre (fine 2012). Questa mossa salverebbe praticamente Rete 4 dall’andare sul satellite ed impedirebbe ad Europa 7 di prenderne il posto, proteggendo così una delle tv di Mediaset contro una concorrente. Si tratterebbe di una violazione delle più basilari regole di mercato ad opera di una maggioranza il cui leader è fondatore e grande azionista di quel gruppo televisivo. «L'emendamento del governo sulle frequenze radiotelevisive non ha i requisiti di necessità e urgenza che la Costituzione richiede - afferma Roberto Zaccaria, deputato del Pd - ma risponde alle concrete esigenze del gruppo Mediaset. Da quando si è aperta la procedura di infrazione europea contro la legge Gasparri per limiti alla concorrenza il titolo Mediaset sta perdendo vistosamente in Borsa (-35% nel 2007). Il tentativo di eludere frettolosamente questa partita, tra l'altro in controtendenza rispetto alle indicazioni della Corte di giustizia europea, risponde ad una logica del tutto estranea al confronto parlamentare. Non sorprende quindi che l'emendamento, presentato in tutta fretta, sia stato difeso prima ancora che dal sottosegretario Romani, dal presidente di Mediaset Confalonieri, nel corso di una conferenza stampa a Cannes».
Critiche anche dall'ex ministro delle Comunicazioni, Paolo Gentiloni (Pd): «Non vorrei che ci fosse un limite invalicabile oltre il quale non valgono tutti i discorsi sul confronto. E che quel limite invalicabile fosse segnato dal cartello 'proprietà privata'. Mi auguro che non sia così». Per il leader dell'Idv, Antonio Di Pietro, si tratta di una norma «criminogena per salvare Rete4. Ancora una volta Berlusconi si fa una legge a suo uso e consumo». Beppe Giulietti definisce l'emendamento una «norma ad aziendam che difficilmente potrà essere ritirata, perché gli impegni presi sia a livello politico che a livello familiare difficilmente potranno non essere onorati». Anche l'Udc rivolge un appello all'esecutivo a ritirare l'emendamento.

mercoledì 21 maggio 2008

BREVIARIO SU BERLUSCONI

Nel gennaio del 1994 Berlusconi, ormai orfano dei partiti travolti dallo scandalo di Tangentopoli, fonda Forza Italia ed entra personalmente in politica. «Se non lo faccio, mi arrestano e fallisco per debiti », dice in giro. Si proclama seguace fervente di Mani Pulite, mette insieme An e la Lega (la prima alleata al Sud, la seconda al Nord) nel Polo delle Libertà, vince le elezioni del 27 marzo, grazie alle opposizioni di centro e di sinistra, che corrono divise. Tenta di avere i pm Davigo e Di Pietro nel suo governo, ma i due magistrati rifiutano e lui ripiega su personaggi come Dini e Previti. Il Berlusconi-1 ha vita breve: vara il decreto Biondi per salvare dall’arresto il fratello Paolo e alcuni dirigenti Fininvest indagati per corruzione della Guardia di finanza, approva il condono fiscale, edilizio e ambientale.
Il 21 novembre viene coinvolto personalmente nell’inchiesta sulle tangenti alla Guardia di finanza: racconta di aver avuto un avviso di garanzia a Napoli durante il G8 e di averlo scoperto leggendo il Corriere della Sera: non era un avviso di garanzia, bensì un invito a comparire per spiegare un suo incontro con l’avvocato Fininvest Massimo Maria Berruti al fine di depistare le indagini sulle mazzette del gruppo alla Guardia di finanza; l’invito non gli fu recapitato a Napoli, ove non c’era alcun vertice del G8, ma un convegno internazionale sulla criminalità; Berlusconi non seppe la notizia dell’indagine dal «Corriere della Sera», ma la sera prima dai CC inviati dal pool di Milano a Roma, che gli lessero al telefono il contenuto dell’incartamento. Il 22 dicembre è costretto a dimettersi, dopo la mozione di sfiducia presentata dalla Lega Nord contro la riforma delle pensioni.
La vicenda giudiziaria non c’entra nulla, ma lui racconta che la colpa è dei giudici e comincia a gridare al "ribaltone". In realtà non c’è alcun ribaltone: il successore l’ha indicato lui nel suo ministro del Tesoro, Lamberto Dini, salvo poi votare contro il governo istituzionale, sostenuto così soltanto dalla Lega e dal centrosinistra.
Nel 1996, indagato anche per mafia e per corruzione giudiziaria insieme a Previti (dopo l’arresto del giudice Squillante per corruzione da parte della Fininvest, in seguito alle rivelazioni di Stefania Ariosto), Berlusconi perde le elezioni e finisce all’opposizione per cinque anni. Ma il centrosinistra, diviso e rissoso, lo invita a riscrivere la Costituzione nella Bicamerale, evita di risolvere l'annoso conflitto d’interessi e di varare una legge antitrust sulle tv e approva tutte le leggi contro la giustizia previste nel suo programma (di Berlusconi, non del centrosinistra).
Lui alla fine fa saltare la Bicamerale, fa pace con Bossi e rivince le elezioni nel 2001, tornando al governo per cinque anni. Cinque anni di menzogne, di figuracce internazionali, di leggi ad personam, di condoni su condoni, di epurazioni e censure televisive, ma anche di malgoverno in ogni settore della vita pubblica, che lo trascinano alla sconfitta nel 2006.
Questa volta al centrosinistra bastano due anni di baruffe, errori e omissioni per riportare Berlusconi in cima ai sondaggi per la sua quinta candidatura a Palazzo Chigi. Lui si prepara alla terza rinascita con la solita fiumana di bugie. Raccoglierle tutte è impossibile (si rimanda a Le mille balle blu, Rizzoli-Bur, Milano 2006), ma si riportano le ultime in ordine di tempo, dall’inizio della campagna elettorale. Per esempio a Tv7, dinanzi a uno Gianni Riotta, il 14 febbraio 2008: «Mi sono battuto perché Enzo Biagi non lasciasse la Rai, ma alla fine ha prevalso in Biagi il desiderio di essere liquidato con un compenso molto elevato». Ancora: «Il nostro programma economico è già stato presentato al commissario europeo Almunia, il nostro ministro Tremonti ha avuto un colloquio con lui e penso che sarà condiviso». Sbigottita la replica di Joaquin Almunia: «Non ho ricevuto assolutamente nulla e quindi non posso aver approvato nulla» (21 febbraio 2008). Balle anche il 12 febbraio a Porta a Porta. «Nel 1994 dovetti scendere in campo dopo aver tentato di mettere d’accordo Bossi e Zaccagnini» (ma era Martinazzoli, non Zaccagnini, che risulta morto nel 1989). «Contro i clandestini chiuderò le frontiere» (di Schengen?). «La lotta di Prodi e Visco all’evasione ha spaventato gl’italiani» (gli evasori?). «Anche a me danno fastidio quelli che dichiarano meno al fisco e poi fanno il condono, perché se tutti pagassero le tasse anch’io ne pagherei di meno» (ma sia lui che Mediaset abbiano usufruito dei condoni approvati dal suo governo, ed egli è imputato anche per evasione fiscale). «Sono arrivato, con le mie aziende, ad avere 56mila collaboratori» (ma i borderò della Fininvest dei periodi d’oro arrivavano a 28mila). «Non si può non fare il traforo del Frejus» (già fatto da 130 anni). «I comunisti vogliono abolire la moneta» (?). «Come presidente del Milan, ho vinto più di tutti nella storia del calcio: addirittura il doppio di Santiago Bernabeu» (l’indomani La Gazzetta dello Sport dimostra che Bernabeu, presidente del Real Madrid, vinse il doppio dei trofei vinti dal Milan). «Io mi sento 35 anni, ma sto lavorando con don Verzè per portare l’età media degli italiani a 120 anni.»

martedì 20 maggio 2008

LA FINE DI TRAVAGLIO

da "The Guardian"
Non si é dovuto attendere molto per avvertire l'effetto della vittoria di Berlusconi sui media italiani. Domenica il presentatore di un talk show era in piedi davanti alle telecamere della RAI, la televisione pubblica italiana, chiedendo scusa alla nazione. "Offendere non é nel mio stile", Fabio Fazio ha detto agli ascoltatori, "quindi quando succede, posso solo scusarmi". É stata una scena degna della grande rivoluzione culturale.
Fazio si stava riferendo ad un episodio della sera precedente, avvenuto mentre intervistava un amico giornalista, Marco Travaglio.
Una delle prime designazioni di Berlusconi dopo essere salito al potere é stata quella del presidente del Senato. E´una posizione chiave in Italia perché é la seconda carica dello Stato, seconda solo al presidente della Repubblica. Se quest'ultimo muore - ed il presidente in carica, Giorgio Napolitano, ha 82 anni- il presidente del Senato diventa il capo dello stato.
La scelta di Berlusconi per questo posto illlustre é ricaduta su Renato Schifani, un avvocato siciliano. Travaglio si chiedeva a voce alta sul perché nessuno dei principali quotidiani avesse menzionato il fatto che Schifani aveva avuto "amicizie con i mafiosi".
C'é stata, naturalmente, la forte protesta della destra. Uno dei ministri di Berlusconi ha parlato di "imboscata indecorosa" al presidente. Un membro del parlamento ha detto (significativamente) che il premier dovrebbe cacciare Travaglio dalla RAI. Si é anche suggerito che le parole del giornalista facciano parte di una cospirazione.
Ma quello che nessuno degli amici di Schifani ha detto é che le parole di Travaglio siano state false. Ci sono, infatti, due aree controverse nel passato del nuovo presidente del Senato, e se ne é parlato recentemente in due libri, di uno dei quali Travaglio é co-autore.
I libri affermano che, negli anni '80, Schifani era in affari con una compagnia in cui figuravano due uomini piú tardi condannati per mafia. Uno era un vero e proprio "padrino", nella cittá di Villabate. Negli anni '90, il futuro presidente del Senato vinse un contratto per lavorare per le autoritá locali lí, in un momento in cui tutto era nelle grinfie di cosa nostra. Il consiglio municipale fu in seguito sciolto per infiltrazioni mafiose.
Bisogna fare notare che Schifani non é mai stato indagato per nessun reato mafioso, nemmeno lontanamente. In entrambi i casi, il collegamento a cosa nostra dei suoi compagni di affari e delle autoritá locali, rispettivamente, venne alla luce solo dopo il suo coinvolgimento con loro. Non c'é motivo di supporre che Schifani fosse stato a conoscenza delle oscure connessioni di queste persone durante le sue relazioni con loro.
Ma sarebbe comunque opportuno mettere in discussione il suo giudizio, specialmente poiché gli é stata appena assegnata una carica cosí importante. In molti paesi, immagino, il presidente sarebbe stato invitato alla prossima puntata del programma per spiegare come si fosse trovato in contatto con gente di questo tipo. Invece, la RAI si é scusata per averlo offeso.
Schifani, da parte sua, ha detto che le accuse di Travaglio erano basate su "fatti inconsitenti o manipolati, nemmeno degni di generare sospetti", ed ha aggiunto che "qualcuno vuole sabotare il dialogo tra governo e opposizione". Questi suggerimenti sono un altro aspetto di questo bizzarro racconto.
Avrete pensato che l'opposizione di Berlusconi di centro-sinistra abbia colto l'occasione per mettere in imbarazzo il presidente del Consiglio ed il suo team. Neanche lontanamente. Con la sola eccezione di un ex-magistrato anticorruzione, Antonio Di Pietro, si sono tutti schierati con Schifani contro Travaglio. Il capogruppo al Senato del centro-sinistra ha detto che le parole del giornalista erano "inaccettabili" e condannava il fatto che Schifani non fosse stato presente per avere la possibilitá di difendersi.
Stamane l'edittino di Romani, sottosegretario con delega all'informazione, il quale stabilisce che Travaglio "è inammissibile come figura inquadrata in un servizio pubblico" lascia comprendere che anche le sue apparizioni televisive siano prossime alla fine.

venerdì 16 maggio 2008

TRAVAGLIO-D'AVANZO


In ambienti giornalistici s'e' piu' volte affacciata l'ipotesi che D'Avanzo e Bonini (altro giornalista di Repubblica) abbiano fonti direttamente nel mondo degli agenti segreti. Tale "fisiologico" precipitato delle rivalita' tra testate ha registrato un'impennata dopo la scoperta (nel caso Telecom-SISMI) che il giornalista Renato Farina era a "libro paga" del SISMI. Francesco Cossiga, un esperto in materia, ma anche viziato dalla sua pubblica solidarieta' con il capo del SISMI Pollari, ha presentato un'interrogazione parlamentare in cui si chiede se D'Avanzo e Bonini siano col capo della polizia Gianni De Gennaro in rapporto di giornalista-fonte, o se invece dal secondo ai primi vi sia stato passaggio di danaro.
wikipedia
Se così stanno le cose, bisognerebbe capire se l'informazione del D'avanzo è veritiera perchè fornitagli dal SISMI e, in tal caso, se alle parole di Travaglio seguirà la querela annunciata.
E' certo comunque che la circostanza non sposta il giudizio che il popolo informato si è fatto di Schifani e cheda noi fu anticipato il nove maggio scorso.