domenica 25 novembre 2012

Renzi, ovvero tante illusioni per nulla

di CLAUDIO ROMITI
Ho seguito di persona il comizio di chiusura, svoltosi in una grande sala di Perugia stracolma di persone,  di Matteo Renzi, nell’antivigilia delle primarie del centro-sinistra. Ebbene, pur non aspettandomi dal giovane e rampante avversario di Bersani un discorso reaganiano sul piano dell’epistemologia politica, pensavo che almeno sul tema dell’eccesso di spesa pubblica e di tasse dicesse qualcosa, se non altro per confermare in dirittura d’arrivo l’intenzione di rivolgersi ai delusi del centro-destra. Invece, al di là della solita fuffa basata sul classico libro dei sogni, il sindaco di Firenze ha lanciato l’ennesimo messaggio politicista e costruttivista – con il quale generazioni di eletti hanno fatto credere al popolo che attraverso la politica si potesse risolvere qualunque problema-, sostenuto dai due pilastri che reggono l’intera scomessa renziana: la rottamazione ed il nuovismo giovanilista. In buona sostanza, la direzione indicata dal politico fiorentino non implica un pur minimo alleggerimento dello Stato, della spesa e di una tassazione folle.
Niente di tutto questo. Egli, al contrario, ha invitato il popolo ad investirlo del ruolo di candidato premier promettendo in soldoni di ottenere, sempre attraverso gli strumenti principali del sistema politico-burocratico, risultati assolutamente migliori rispetto agli uomini che lo hanno preceduto e che, a causa del loro fallimento, andrebbero rottamati. E così, ad esempio, parlando del tema spinoso della scuola pubblica, Renzi ha teorizzato l’introduzione della meritocrazia all’interno dell’immenso stipendificio che chiamiamo pubblica istruzione, prevedendo una retribuzione differenziata dei docenti a seconda dell’impegno e delle capacità dimostrate. Ciò senza toccare di una virgola un sistema scolastico privo di concorrenza e fondato sul valore legale del titolo di studio e sul monopolio dei programmi ministeriali. Ma, al pari di altri settori dominati dalla mano pubblica, il rottamatore nazionale ritiene che cambiando semplicemente gli uomini che occupano la stanza dei bottoni, eventualmente con persone vergini sul piano dell’investitura popolare, si possa miracolosamente trasformare il Paese dei carrozzoni improduttivi, caratterizzato da una spesa pubblica da regime sovietico, in un fantastico regno dell’efficienza e del benessere per tutti. Ed è proprio questo aspetto che mi ha molto colpito nell’approccio politico di Metteo Renzi. Ovvero la riproposizione con altri termini della storica truffa collettiva operata per decenni dai professionisti della politica, secondo cui il governo di una nazione sarebbe costituito da una sorta di sofisticato macchinario composto da leve e pulsanti da utilizzare con bravura e maestria. Quando, al contrario, si dovrebbe esser oramai compreso che la stessa azione politica, soprattutto quando non ha limiti nelle competenze di controllo e di spesa, si basa essenzialmente nella gestione del proprio consenso utilizzando senza scrupoli i soldi degli altri.
Una formula, quest’ultima, assolutamente fallimentare la quale, vista l’entità drammatica dell’indebitamento pubblico ai vari livelli, non può trovare un valido contrappeso in un giovanotto che propone di cambiare le facce senza cambiare sistema.
Dato che il problema non è rappresentato dagli uomini che occupano la citata stanza dei bottoni, bensì dall’eccesso evidente di competenze e attribuzioni che quest’ultima comporta, la ricetta giusta passa per un deciso ridimesionamento della stessa. Ma per farlo di vuole qualcosa di più che un abile venditore di sogni come Renzi il quale mostra di padroneggiare con molta abilità la famosa legge di mercato basata sulla sottrazione dell’offerta. Per estirpare il cancro di uno statalismo assistenzialista che ci sta mandando rapidamente in malora le illusioni non bastano.

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